Per la popolazione terremotata del Pakistan, il peggio comincia ora: l'emergenza non è finita. Mercoledì a Ginevra una conferenza dei paesi occidentali per l'emergenza pakistana (‟conferenza dei donatori”), riunita dall'Onu, si è conclusa con grandi promesse e poca sostanza. L'Onu ha raccolto 580 milioni di dollari in promesse - di cui quasi la metà dalla Banca islamica di sviluppo (Idb), 25 milioni offerti dalla vicina India, 50 milioni dagli Usa (oltre ai 50 già promessi, e circa altrettanti spesi dall'esercito Usa per le operazioni di soccorso di questi giorni), altri 50 milioni di dollari dall'Ue. Sembra un bel gruzzolo. Ma è un'apparenza, perché si tratta per la quasi totalità di denaro promesso nel prossimo anno e destinato per lo più alla ricostruzione di case ed edifici (a finanziare palazzinari?). Nell'immediato solo 15,8 milioni di dollari sono arrivati: il 20% di quanto chiesto dall'ufficio dell'Onu per gli affari umanitari. ‟Da Ginevra con poco amore”, titolava ieri ‟The News”, un quotidiano di Islamabad. Il Pakistan sta già affrontando i problemi del ‟dopo”: le relazioni con la vicina India (apriranno finalmente i varchi lungo la frontiera di fatto in Kashmir di cui i due governi discutono da giorni, perché le famiglie divise tra il territorio pakistano e quello indiano possano aiutarsi?). E i piani per la ricostruzione: tra le proteste dell'opposizione, il presidente Parvez Musharraf ha affidato a due generali il comando della Commissione federale per i soccorsi e poi della Commissione per la ricostruzione creata tre giorni fa: tutto, dai soccorsi immediati ai futuri appalti, è in mano ai militari.
Il ‟dopo” però comincia mentre l'emergenza continua. Tutti sanno bene che tra meno di un mese queste vallate si copriranno di neve: i villaggi più in alto resteranno isolati fino al disgelo. Restano dunque quattro settimane di tempo per far arrivare l'essenziale ai sopravvissuti: tende invernali in primo luogo, cibo, e cure mediche. Il terremoto ha ucciso 53mila persone in Pakistan e nel Kashmir pakistano, secondo un conteggio destinato forse a salire. Ma è per i vivi che si prepara il peggio. Il governo pakistano conta 75mila feriti gravi, di cui molti resteranno invalidi. Ma non è tutto: 3,3 milioni di persone non hanno più un tetto, 1,3 milioni non hanno più la terra o l'attività di cui vivevano. Il sisma ha sbriciolato edifici pubblici e ospedali; intere amministrazioni locali sono scomparse, insegnanti e medici decimati, 600mila bambini sopravvissuti ora non hanno una scuola.
Questa è la sfida. La logistica dei soccorsi è difficile. ‟La natura del terreno e la meteo sono i due incubi”, dice il coordinatore dell'Onu per le operazioni umanitarie in Pakistan, Jan Vandermoortele. Muzaffarabad, capitale del Kashmir sotto controllo pakistano, è (era) una città di circa 400mila abitanti alla confluenza di due fiumi, il Neelum e il Jelhum: le strade che risalgono le due valli sono bloccate da frane gigantesche, interi costoni di montagna hanno travolto tutto. Così nella vicina valle di Kaghan, in territorio pakistano: la strada raggiunge la cittadina di Balakot ora rasa al suolo, all'imboccatura della valle, ma poi si interrompe. L'esercito pakistano sta cercando di aprire dei passaggi con le ruspe: ma nuove frane cadono con ogni nuova scossa (il disboscamento selvaggio dei decenni passati, che ha denudato i pendii, non aiuta). Da queste due città gli elicotteri fanno la spola con le località isolate: ma a volte il terreno non permette di posarsi. In qualche caso i soccorritori hanno usato barche per risalire le valli, dove i fiumi permettono. Altrimenti restano i convogli di soldati e muli. I medici volontari che in questi giorni raggiungono (a piedi) località isolate trovano ferite non curate e ormai infette, principi di cancrena, polmoniti. ‟Le strade bloccate, la neve, la mancanza di tende e la mancanza di fondi stanno creando una trappola mortale per chi è sopravvissuto al sisma”, dice un comunicato del Programma alimentare mondiale.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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