Il titolo di questo articolo è lo stesso di un celebre libro di James Baldwin, lo scrittore nero, pubblicato due anni prima delle rivolte dei ghetti americani. Per questo ha ragione Romano Prodi. Non c’è niente di misterioso nella rivolta che adesso incendia Parigi (adesso anche nei quartieri centrali) e altre città francesi. È facile sapere come ci si arriva. Basta abbandonare al degrado e all’isolamento, sia culturale che fisico, parti intere delle comunità cittadine. E prima o poi ci sarà un pretesto tremendo (in questo caso due ragazzini fulminati in una cabina ad alta tensione in cui avevano cercato rifugio contro la polizia) per scatenare la rivolta. La rivolta, fatalmente, ha queste caratteristiche: bruciare dove uno vive, distruggere nel proprio quartiere, fare a se stessi (asili, scuole, pronto soccorso, campi di giochi) tutto il male possibile, perché non c’è altra via d’uscita.
Definirli ‟teppisti” e ‟feccia della terra” come fa il ministro degli Interni francese non serve. Possibile che in Francia nessuno si sia domandato perché, nell’incendio di Watts (quartiere nero di Los Angeles) nel 1964, di Washington nel 1968, di Newark del 1965, di Detroit nello stesso anno, di Los Angeles nel 1992, nessuno ha parlato di ‟teppisti”, non i politici, non la polizia, non i giornali e telegiornali che invece hanno ogni volta parlato di ‟rivolta urbana”?
Come si vede, nella affermazione di Prodi (”prima o poi accade”) scioccamente trasformata in profezia, come dire che mettere in guardia porta sfortuna, e la constatazione della differenza fra fatti francesi e fatti americani, ci dice che nel groviglio di problemi che incendia la Francia ci sono due volti.
Uno è quello del degrado. L’abbandono, quando è protratto e diventa vita, porta vendetta. L’altro è il che fare di fronte all’esplosione di una rivolta urbana, che, come dimostrano le vicende francesi, non è mai fatta di vampate isolate ma esplode subito in un mare di eventi violenti che tendono a estendersi e a peggiorare.
Posso raccontare un fatto che ho vissuto nella rivolta di Washington del 1968, divampata con una gravità più grande che a Parigi perché è scoppiata all’angolo tra la 14 strada e la strada F, dunque nel cuore della capitale. Come a Parigi, erano stati subito incendiati supermercati e scuole, asili infantili e posti di pronto soccorso, ma soprattutto case e negozi neri nella parte nera della città. Robert Kennedy, candidato vincente alle primarie democratiche di quell’anno, aveva il suo ufficio elettorale nella F Street, vicino a uno dei focolai della rivolta. La sera tardi del 7 aprile, stava cominciando la terza notte della rivolta. Ero a Washington con una troupe della Rai, giravamo per il telegiornale e per Tv7, usando una automobile scoperta. Con Andrea Barbato seguivamo la campagna elettorale americana di quell’anno cruciale, ma l’assassinio di Martin Luther King ci aveva costretto a correre prima a Memphis, poi a Washington, dove l’uccisione di King aveva provocato la rivolta. L’idea, arrischiata, è stata questa: chiedere a Robert Kennedy di salire con noi nell’auto scoperta e di andare verso gli incendi. Lo abbiamo fatto, ed esiste ancora la documentazione visiva di quell’evento. Sarà inclusa in una straordinaria ricostruzione di ciò che è accaduto nel mondo nel 1968, autore Nicola Caracciolo, che andrà in onda su Rai 3 in gennaio.
Kennedy ha chiesto un quarto d’ora per riflettere. La prudenza avrebbe dovuto fermarlo due volte. Per non correre rischi fisici. E per non fare il gesto sbagliato che può liquidare un candidato. Alle nove Robert Kennedy ha deciso. È salito sull’auto scoperta e, senza avvertire la polizia, che ci avrebbe bloccato o avrebbe invaso la zona, siamo andati verso il fronte della rivolta nera, che la Guardia nazionale non era riuscita a domare. Il film mostra le sequenze dell’accaduto. Sul fondo le fiamme, di fronte a noi una folla nel buio. Avevamo una sola lampada a mano per le riprese e l’abbiamo accesa perché si vedesse Kennedy. Lui è salito sul baule della machina in piedi. La folla, nel buio intorno a quell’unica luce, aveva circondato la macchina. Mani si sono protese e hanno preso, da una parte e dall’altra, le gambe di Kennedy sollevandolo sopra un muro. Avevamo portato un altoparlante e gli abbiamo dato un microfono. Robert Kennedy non ha parlato di teppisti, eppure mezza città - soprattutto i quartieri neri - era stata distrutta. Nel silenzio di quella notte, che non potevi sapere che risposta covava, Kennedy ha parlato ‟del vostro, del nostro dolore”. Ha cercato e toccato tutto ciò che lega, che unisce, che fa eguali. Lentamente il silenzio è diventato un brusio, il brusio si è trasformato in grida isolate tipiche del rituale nero americano: ‟Dillo, dillo. Dì la verità, facci sentire la verità, parla, uomo, dicci le cose come stanno, è così, è così, hai ragione, dillo ancora... ripetilo per quelli che non lo hanno capito...”. Poi una sorta di grande festa dolorosa e improvvisata intorno a Robert Kennedy che aveva dimostrato di essere uno di loro, non era andato lì a dirgli che è una brutta cosa violare la legge, ma stava dimostrando che da simili tragedie o si esce insieme o non esce nessuno.
So che non è facile credere a questa storia e sono contento che sia stata ritrovata la registrazione negli archivi della Rai. Sarebbe un buon esercizio pedagogico per il ministro dell’Interno francese Sarkozy vedere quel filmato.
Ma uno che si lancia contro la povera, isolata, abbruttita periferia della capitale del suo Paese, invocando ‟tolleranza zero” senza neppure sapere il contesto in cui Rudolph Giuliani aveva coniato quella frase (la frase era ‟se non mantieni la dignità di un quartiere, e non ripari subito il primo vetro rotto, quel quartiere si comporterà indegnamente”) non solo non è adatto a risolvere il problema, ma sembra ormai, anche agli occhi di molti francesi del suo partito e del suo governo, parte del problema.
Invece di aggirarsi con aria feroce, dopo avere personalmente eliminato i posti di polizia vicini ai luoghi delle prime insurrezioni, dopo avere dunque abolito i poliziotti che conoscono il quartiere e che sono conosciuti nelle strade, ci promette di rispondere alla violenza con la violenza, e il suo successo sarà, nel migliore dei casi, la repressione. La repressione è sempre provvisoria. Senza un’azione umana e politica, non può che seguire il peggio. Per questo Baldwin aveva intitolato il suo libro ‟La prossima volta il fuoco”. E di questo, da vero e responsabile uomo politico, parlava Prodi quando ha ammonito, nel Paese della Lega, di Gentilini, di Calderoli, della Bossi-Fini che incita alla clandestinità. E abbandona alla guida dei fuori-legge.
Ma Sarkozy farebbe bene a rivedersi un film francese che qualche anno fa era apparso come un documento straordinario e profetico. Si intitolava ‟La haine” (L’odio) e raccontava un frammento di vita spaventosa e invivibile proprio in quella periferia di St. Denis in cui è cominciata la rivolta.
Ma l’unico modo di uscire dall’improvviso accendersi di violente rivolte urbane viene dal modo pratico e pragmatico con cui situazioni rischiosissime come quella di Parigi sono state affrontate nelle città americane, e negli eventi che ho citato. Sempre c’è stato un riconoscimento di fatto di leader religiosi o civili in grado di parlare per i rivoltosi. Sempre c’è stato il tentativo di mettere, le une accanto alle altre, le ragioni della legge e quelle di rivoltosi (che raramente sono futili o inesprimibili). Sempre c’è stato un alt da imporre e un progetto da offrire. Sempre si è cercato di isolare e punire soltanto i colpevoli di violenza sulle persone, senza alcun tentativo di fare retate all’ingrosso di presunti colpevoli dei danni fisici e della distruzione di cose. Sempre si è tentato (e a volte, come nella ‟guerra alla povertà” lanciata da Lyndon Johnson dopo la rivolta di Watts) di dire ‟noi” invece di gettare tutta la colpa su una massa barbara di ‟loro” che minacciano di distruggere la nostra vita civile.
S’intende che la sola vera via d’uscita è di cominciare a occuparsi del problema prima dell’incendio. Questo significa governare, ed è naturale che il governo di Berlusconi, come dimostra il titolo del ‟Giornale” di Berlusconi che riproponiamo qui accanto in questa pagina, trova l’ammonimento di Prodi risibile. È un pezzo che questo governo e la sua gente ride di ogni proposta di governare. Per non cadere nella situazione francese, speriamo di congedarli al primo giro di boa elettorale.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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