I muri della capitale afghana sono tappezzati di cartelli elettorali, la loro dimensione dipende dalle disponibilità finanziarie dei candidati. Ieri si è conclusa la campagna elettorale in vista delle elezioni di domani che, a parte i manifesti, quasi non si è vista, limitata com'era - per problemi di sicurezza - a riunioni negli alberghi e a messaggi trasmessi dalla radio e dalla televisione. Ogni candidato - 5.800, di cui 2.800 per il parlamento (wolesi jirga, consiglio del popolo) e 3.000 per le provinciali - aveva diritto a registrare un messaggio di due minuti. Poche le eccezioni a questa campagna elettorale clandestina. La combattiva Soraya Perlika, leader dell'Unione delle donne afghane, ha lanciato pesanti accuse contro i mujahidin e ha rivalutato la figura del presidente Najibullah parlando a un centinaio di persone - in maggioranza donne, alcune con il burqa, altre nascoste dentro il taxi - davanti alla grande moschea dell'Aid. Mentre Ramazan Bashardost, ex-ministro della pianificazione (vedi intervista), ha piazzato una tenda nel parco della città, dove riceve i suoi sostenitori. Non è solo l'assenza di campagna ma anche il sistema elettorale a sorprendere: tutti i candidati si presentano come ‟indipendenti”, anche se appartengono a un partito, che così viene penalizzato perché non può fare un gioco di lista. Un sistema elettorale fortemente voluto dal presidente Hamid Karzai, un senza partito, che conta evidentemente di potersi meglio destreggiare tra ‟indipendenti”. Un sistema che rischia di favorire il voto ‟tribale” e la candidatura di personaggi la cui appartenenza è perlomeno imbarazzante. Ma a chi ha contestato la presenza nelle liste dei signori della guerra, Karzai ha risposto: ‟Ora abbiamo la libertà di scelta. Se considero qualcuno un criminale non lo voto”. Senza contare che questa libertà di scelta è solo sulla carta e i mezzi di coercizione dei signori della guerra sono molti.
A quattro anni dall'inizio dell'intervento militare della coalizione guidata dagli Stati uniti, che ha segnato la fine del regime dei taleban, i seguaci di mullah Omar sono riabilitati in nome della ‟riconcilizione nazionale”. Mentre Osama bin Laden (obiettivo dichiarato della guerra al terrorismo) continua ad essere uccel di bosco. I taleban di spicco in competizione sono quattro, tra i quali l'ex ministro per la prevenzione del vizio e la promozione della virtù, Maulawi Qalamudin Mohmand, candidato nella provincia di Logar, mentre l'ex ministro degli esteri Wakil Ahmad Mutawakil si presenta nella roccaforte di Kandahar. Senza rinnegare il loro passato e riciclati dagli americani, che avevano già finanziato la loro presa del potere nel 1996, gli ex ministri e comandanti taleban hanno tutte le chance per essere eletti, con l'appoggio dei mullah. Sdoganati in cambio dell'accettazione della presenza militare Usa.
Candidati non solo taleban ma anche capi mujahidin. Oltre ai tagiki Rabbani e Qanuni, tra gli altri, il wahabita Abdul Rasul Sayyaf, e Hamayoon Jareer, genero di Gulbuddin Hekmatyar, uno dei maggiori responsabili della distruzione di Kabul durante gli scontri tra mujahidin. Ma Jareer, che abbiamo sentito ieri, minimizza i crimini commessi dai militanti del Partito islamico, fondato da Hekmatyar, di cui è stato un dirigente. E si presenta, come molti altri ‟reduci”, con l'immagine di fautore della pace oltre che di sostenitore di Karzai. Sembra di fare un salto nel passato dell'Afghanistan. Tornano anche i comunisti, candidati ‟indipendenti”, senza riferimenti a una appartenenza che ora è fuori legge, secondo la costituzione islamica. E non tutti sono presentabili come Soraya Perlika che ha sempre fatto le sue battaglie, coraggiosamente, alla luce del sole (nel novembre 2001 aveva organizzato la prima manifestazione delle donne senza burqa). Infatti, per fare la campagna elettorale - ma non è candidato - è rientrato dal Pakistan il generale Tanai, che non aveva esitato ad allearsi con l'estremista islamico Hekmatyar per tentare un golpe contro Najibullah, fallito. Se la ‟riconciliazione” parlamentare funzionerà si vedrà poi, ma non sembra convincere molti afghani.
E' difficile prevedere quanti dei 12 milioni di iscritti alle liste elettorali (su una popolazione stimata in 28-29 milioni di abitanti) parteciperanno al voto per eleggere i 249 deputati. I candidati sono riconoscibili oltre che dal nome, dalla foto e da un simbolo, scelto a sorte tra quelli ‟neutri” indicati dal Joint electoral management body, formato da afghani e funzionari Onu, che ha organizzato le elezioni . Il ricorso al simbolo - utensili da lavoro, frutta, animali, etc. - è determinato dall'alto tasso di analfabetismo: l'85% delle donne e il 55% degli uomini.
Nonostante tutti i limiti di queste elezioni, che concludono il processo avviato dalla Conferenza di Bonn nel dicembre 2001 ma non il protettorato americano, si tratta del primo voto a suffragio universale dal 1969, quindi simbolicamente importante. Il voto è una possibilità di partecipare. Che molti non hanno mai avuto. Soprattutto le donne, che negli ultimi tempi si sono iscritte in molte alle liste elettorali. Le candidate sono solo 583, il 10%, nonostante la costituzione preveda una quota in parlamento del 25%. Ma molto combattive.
Il clima che si respira nella capitale afghana è di attesa, non senza tensione per quello che potrebbe ancora succedere. Timori condivisi anche dalle autorità, se non hanno ancora comunicato i seggi elettorali. A rassicurare non basta certo un grande manifesto che campeggia nei punti strategici della città con un alpino italiano - il comando dell'Isaf è stato assunto il 3 agosto dal generale Del Vecchio - insieme a un poliziotto e un militare afghani. Insieme dovrebbero garantire la sicurezza. Mentre i 21.000 soldati della coalizione sono sempre impegnati a fare la guerra contro gli irriducibili taleban che non hanno accettato la riconciliazione e ‟boicottano” le elezioni. Una guerra a ‟bassa intensità” che dall'inizio della primavera ha causato 1.200 morti (civili, candidati, funzionari impegnati nelle elezioni, e 50 soldati Usa).
Ma l'Afghanistan è un paese spaccato, gli abitanti di Kabul sembrano voler ignorare quello che avviene nel sud. La gente è stufa della guerra ed è alle prese con i problemi quotidiani. Molti e gravi. Oltre alla sicurezza, lavoro, sanità, scuola, etc. Aumenta la sperequazione tra i poveri, sempre di più, e i ricchi, pochi, che fanno i soldi soprattutto con il traffico della droga. Quest'anno la pioggia ha garantito un raccolto record del papavero da oppio. L'immagine di Kabul ben rappresenta il paradosso afghano: l'elettricità arriva solo qualche ora al giorno e in molti quartieri mai, manca l'acqua, ma i telefonini vanno a ruba. Palazzi di vetro spuntano a catapecchie e campi profughi.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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