Il brutale assassinio di Adnan al Bayati è un esempio, l'ennesimo ma non per questo archiviabile, dell'assoluto imbarbarimento della situazione irachena. I giornalisti occidentali se ne sono andati o vivono bunkerizzati negli alberghi o nelle case e allora si colpiscono i loro collaboratori. Sono diversi i giornalisti iracheni uccisi nelle ultime settimane, da iracheni e da americani. Come Adnan al Bayati, che è stato barbaramente ucciso con tre colpi di pistola da un commando, a volto scoperto, davanti a sua moglie e alla piccola Fatima di soli diciotto mesi, sabato scorso. Adnan è stato un prezioso aiuto per tutti noi giornalisti, soprattutto gli italiani, visto che parlava perfettamente la nostra lingua e conosceva bene il nostro paese per essersi laureato a Perugia. L'avevo conosciuto prima dell'inizio dei bombardamenti, quando, un giorno, mi aveva accompagnato, per farmi un favore visto che non avevo una ‟guida” e un interprete, a una riunione di donne. Poi ci siamo incrociati spesso e nell'ultimo anno era stato lui a procurarmi interprete e autista, che erano della sua famiglia, lui garantiva per loro. E in tempi in cui non sai più di chi fidarti non era poca cosa. Non solo. Quando ero a Baghdad, di solito era lui, la mattina, a precedere l'arrivo dei miei collaboratori con le ultime notizie ed era comunque sempre Adnan a dare tutte le indicazioni, anche sui problemi di sicurezza. Sempre disponibile. Un vero signore, molto religioso, sciita, originario di una ricca famiglia di Baquba - a nord di Baghdad, nel cuore del triangolo sunnita -, elegante, dalle buone maniere, un po' flemmatico, all'inizio si era mal adattato alle pretese dei giornalisti, a volte un po' arroganti quando sono presi dal vortice del lavoro quotidiano. Ma dovendo mantenere una famiglia numerosa si era ‟adattato” e alla fine era stato lui a imporsi con la sua abilità e professionalità, ma anche disponibilità. Lo chiamavi dall'Italia prima di partire e lui ti organizzava tutto. Sempre informato, con contatti consolidati, aveva probabilmente suscitato qualche gelosia nell'ambiente. Quando sono stata rapita è stato Adnan per conto di Mohanned, l'autista al quale era stata rubata la macchina e poi incarcerato dagli iracheni, e di Wael, messo sotto torchio dagli americani, a mantenere i contatti con ‟il manifesto”. E anche quando sono tornata è stato lui a chiamarmi per sapere come stavo, quasi a scusarsi per quello che mi era successo, a mantenere i contatti, a rassicurarmi dopo lo shock del rapimento che mi impediva di riprendere i contatti con l'Iraq. L'ultima chiamata è di pochi giorni fa, gli avevo chiesto di mettermi in contatto con Wael che non avevo più sentito.
Il dolore per la morte di Adnan si acuisce all'idea che non sarà l'ultimo amico, conoscente o sconosciuto a morire ammazzato nel clima di impunità che regna in Iraq e che miete ogni giorno decine di vittime. Adnan lo conoscevamo, di molte altre non sapremo mai nemmeno il nome.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>