Una calma carica di tensione ha caratterizzato la vigilia elettorale a Kabul. In mattinata si è saputo di un'imboscata tesa nella notte a una pattuglia: tre poliziotti sono rimasti uccisi, compreso il capo del distretto di Musay, l'ufficiale più alto in grado assassinato nella capitale dalla caduta dei taleban. Un fatto grave ma non uno degli attacchi ‟spettacolari” paventati dal generale Usa Champion, in servizio in Afghanistan. Molta gente non è uscita ieri, lo si notava dal traffico quasi inesistente, ma una giovane afghana ci faceva notare che a restare in casa sono soprattutto gli stranieri che normalmente ingorgano il traffico con le loro Land Rover. Anzi, Mahmuda ci raccontava di essersi sorpresa per aver incontrato ‟molte persone, soprattutto giovani, che partivano per recarsi in provincia a mettere la propria scheda nell'urna”. È difficile fare previsioni sulla partecipazione al voto, per non parlare dei risultati che arriveranno solo ai primi di ottobre. Basta andare alla periferia di Kabul per trovare persone che non sanno nemmeno qual è la differenza tra governo e parlamento e certo la sfiducia in un governo che non ha portato nessun beneficio alla popolazione non aumenta la credibilità delle istituzioni. Tanto più che nelle liste elettorali ci sono molti tra coloro che sono considerati criminali e responsabili della distruzione di Kabul, oltre che della tremenda repressione dei taleban.
In molti casi i signori della guerra si sono comprati i voti, in altri si affidano alle regole del libero mercato e contano sui nuovi businessman. Come l'ex comandante hazara Mustafa Kazimi, che si è costruito la propria base elettorale quando era ministro del commercio, fino a un anno fa. ‟Ero riuscito ad attirare molti investimenti dall'estero, garantendo la detassazione alle compagnie straniere per i primi otto anni di lavoro in Afghanistan, ma poi la legge è cambiata e ora molti uomini d'affari se ne vanno a Dubai”, ci racconta nel giardino della sua casa, dove affluiscono i suoi potenziali elettori. I signori della guerra, arricchitisi, se esclusi dal governo possono sempre dedicarsi al business in attesa di quei cambiamenti di governo che loro stessi chiedono e che si propongono di ottenere se eletti. Altri afghani invece non rinunceranno a questa occasione storica di eleggere un parlamento dopo oltre trent'anni, anche perché nelle liste non ci sono solo criminali ma anche persone oneste o perché i capi tribali danno indicazione di votare.
A contare sulla consapevolezza delle possibilità offerte da questo voto sono soprattutto le candidate donne, molto attive, quasi tutte minacciate - Hawa Alam Nuristani è stata ferita nei giorni scorsi in Nuristan -, ma decise a portare la propria voce in parlamento. Per rafforzare il potere delle donne, come vuole Shukria Barakzai, o anche per portare i criminali davanti alla giustizia, come è decisa a fare Gulalai Habib, oppure per migliorare i servizi sociali come sostiene Soraya Perlika.
Quanto conterà la paura sulla decisione degli elettori? Molti mi dicevano ieri che dipendeva dal clima della vigilia. Kabul è stata relativamente calma, ma le minacce dei taleban irriducibili che arrivano dal sud - mentre alcuni dei loro ex ministri sono in lizza per il parlamento - non possono essere ignorate nemmeno nella capitale. Minacce pesanti contro chi partecipa al ‟complotto americano” sono state lanciate da Abdul Latif Hakimi, che ha anche rivendicato, a nome dei taleban, l'assassinio avvenuto ieri ad Hazargoft, di Abdel Hadi, candidato della provincia meridionale di Helmand. Hadi è il settimo candidato ucciso.
Sono minacce che peseranno soprattutto nelle province del sud dove i taleban hanno ancora le loro basi e dove si candidano i loro ex leader. Ieri in uno scontro con le forze di sicurezza sono rimasti uccisi sette taleban nella provincia di Zabul. Nella provincia di Gazni un interprete afghano è rimasto ucciso durante un attacco a una pattuglia Usa. Mentre una ventina di miliziani sono stati arrestati da una pattuglia Usa mentre, sostengono gli americani, stavano per far saltare la diga di Girisk, nella provincia di Helmand. Sarebbe stata una catastrofe, sicuramente uno di quegli attacchi ‟spettacolari” previsti dal Pentagono. Una calma carica di tensione ha caratterizzato la vigilia elettorale a Kabul. In mattinata si è saputo di un'imboscata tesa nella notte a una pattuglia: tre poliziotti sono rimasti uccisi, compreso il capo del distretto di Musay, l'ufficiale più alto in grado assassinato nella capitale dalla caduta dei taleban. Un fatto grave ma non uno degli attacchi ‟spettacolari” paventati dal generale Usa Champion, in servizio in Afghanistan. Molta gente non è uscita ieri, lo si notava dal traffico quasi inesistente, ma una giovane afghana ci faceva notare che a restare in casa sono soprattutto gli stranieri che normalmente ingorgano il traffico con le loro Land Rover. Anzi, Mahmuda ci raccontava di essersi sorpresa per aver incontrato ‟molte persone, soprattutto giovani, che partivano per recarsi in provincia a mettere la propria scheda nell'urna”. È difficile fare previsioni sulla partecipazione al voto, per non parlare dei risultati che arriveranno solo ai primi di ottobre. Basta andare alla periferia di Kabul per trovare persone che non sanno nemmeno qual è la differenza tra governo e parlamento e certo la sfiducia in un governo che non ha portato nessun beneficio alla popolazione non aumenta la credibilità delle istituzioni. Tanto più che nelle liste elettorali ci sono molti tra coloro che sono considerati criminali e responsabili della distruzione di Kabul, oltre che della tremenda repressione dei taleban.
In molti casi i signori della guerra si sono comprati i voti, in altri si affidano alle regole del libero mercato e contano sui nuovi businessman. Come l'ex comandante hazara Mustafa Kazimi, che si è costruito la propria base elettorale quando era ministro del commercio, fino a un anno fa. ‟Ero riuscito ad attirare molti investimenti dall'estero, garantendo la detassazione alle compagnie straniere per i primi otto anni di lavoro in Afghanistan, ma poi la legge è cambiata e ora molti uomini d'affari se ne vanno a Dubai”, ci racconta nel giardino della sua casa, dove affluiscono i suoi potenziali elettori. I signori della guerra, arricchitisi, se esclusi dal governo possono sempre dedicarsi al business in attesa di quei cambiamenti di governo che loro stessi chiedono e che si propongono di ottenere se eletti. Altri afghani invece non rinunceranno a questa occasione storica di eleggere un parlamento dopo oltre trent'anni, anche perché nelle liste non ci sono solo criminali ma anche persone oneste o perché i capi tribali danno indicazione di votare.
A contare sulla consapevolezza delle possibilità offerte da questo voto sono soprattutto le candidate donne, molto attive, quasi tutte minacciate - Hawa Alam Nuristani è stata ferita nei giorni scorsi in Nuristan -, ma decise a portare la propria voce in parlamento. Per rafforzare il potere delle donne, come vuole Shukria Barakzai, o anche per portare i criminali davanti alla giustizia, come è decisa a fare Gulalai Habib, oppure per migliorare i servizi sociali come sostiene Soraya Perlika.
Quanto conterà la paura sulla decisione degli elettori? Molti mi dicevano ieri che dipendeva dal clima della vigilia. Kabul è stata relativamente calma, ma le minacce dei taleban irriducibili che arrivano dal sud - mentre alcuni dei loro ex ministri sono in lizza per il parlamento - non possono essere ignorate nemmeno nella capitale. Minacce pesanti contro chi partecipa al ‟complotto americano” sono state lanciate da Abdul Latif Hakimi, che ha anche rivendicato, a nome dei taleban, l'assassinio avvenuto ieri ad Hazargoft, di Abdel Hadi, candidato della provincia meridionale di Helmand. Hadi è il settimo candidato ucciso.
Sono minacce che peseranno soprattutto nelle province del sud dove i taleban hanno ancora le loro basi e dove si candidano i loro ex leader. Ieri in uno scontro con le forze di sicurezza sono rimasti uccisi sette taleban nella provincia di Zabul. Nella provincia di Gazni un interprete afghano è rimasto ucciso durante un attacco a una pattuglia Usa. Mentre una ventina di miliziani sono stati arrestati da una pattuglia Usa mentre, sostengono gli americani, stavano per far saltare la diga di Girisk, nella provincia di Helmand. Sarebbe stata una catastrofe, sicuramente uno di quegli attacchi ‟spettacolari” previsti dal Pentagono.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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