Tra un anno il bambù fiorirà, sulle colline del Mizoram, nel Tripura e nell'Assam - sono tre stati dell'India nordorientale incastrati tra il Bangladesh e la Birmania. Una certa specie di bambù, per la precisione: è chiamato mautak, il nome scientifico è Melocanna baccifera. Pianta strana, il bambù: fiorisce in modo ‟gregario” (tutta la popolazione nata da una stessa fonte di semi fiorisce allo stesso tempo) e a intervalli fissi. Ora dunque in quella regione dell'India orientale il mautak sta per fiorire: il picco della fioritura è atteso tra il 2006 e il 2007. E allora sarà una catastrofe. Gli abitanti del Mizoram sanno bene perché. Molti ricordano l'ultima fioritura, nel 1959. Quando il bambù fiorisce lascia cadere centinaia di piccoli semi oblunghi e poi muore - muoiono tutte le piante, anche le più giovani. I semi sono ottimo cibo per ratti e roditori, che proliferano in modo abnorme. Quando hanno divorato i semi sul terreno, i ratti impazziscono e divorano ciò che trovano: granai, campi di cereali o legumi, risaie, dispense familiari, frutta, tutto.
La carestia da bambù mautak ha un nome specifico: mautam. ‟I miei genitori dicevano che il raccolto di riso era abbondante, l'anno prima dell'invasione dei topi, e anche le piogge erano buone. Ma quando sono arrivati i ratti non è rimasto nulla”, racconta la signora Thangbawii, oggi 96 anni, ricordando la carestia del 1960: ‟Usavamo scavare tuberi per mangiarli, ma quando sono arrivati i ratti neanche quelli si trovavano più, neppure a tre metri sottoterra” (la testimonianza è stata raccolta da Down to Earth, autorevole magazine ambientalista indiano, che alla fioritura del bambù dedica un ampio servizio nell'ultimo numero). Nel 1959 e `60 la carestia è stata tremenda per la popolazione Mizo di quelle colline orientali, Dalle pianure dell'Assam, accusarono i Mizo, non arrivò aiuto. ‟Affamati, ribollenti di rabbia”, i contadini Mizo insorsero in armi. Nacque il Mizo National Famine Front (Fronte nazionale della fame Mizo). Infine nacque un nuovo stato all'interno dell'Unione indiana, il Mizoram, il cui chief minister (capo del governo) di oggi, il signor Zoramthanga, era allora e resta il leader del Fronte Mizo (oggi però è caduta la parola ‟fame”: si chiama Mizo National Front).
Il bambù resta dominante nel paesaggio di quelle colline - e nella loro economia. Quasi il 90% del territorio del Mizoram è coperto di foreste, per metà sono foreste di bambù; per tre quarti si tratta proprio del mautak, che è parte di un ciclo contadino tradizionale: i contadini usano tagliarlo in gennaio e febbraio, in marzo gli danno fuoco, e quelle ceneri sono il miglior fertilizzante per quei pendii ripidi e fangosi: ‟Senza mautak, nulla crescerebbe” spiegano gli agronomi locali a Down to Earth. Solo una piccola parte del bambù tagliato va in usi diversi: costruzioni, piccola produzione artigianale e da telaio. Una parte imprecisata va alle cartiere della Hindustan Paper Corporation Limited giù in Assam.
Oggi, dice la signora Thangbawii, ‟non credo che potrebbe tornare la fame”. No, certo: l'India ha ormai da decenni un sistema di distribuzione pubblico di derrate alimentari a prezzi calmierati per la popolazione sotto la soglia di povertà, che diventa la rete di distribuzione di razioni in caso d'emergenza. Gli stock ci sono, oggi l'India ha grandi surplus alimentari nei silos. E poi, il governo del Mizoram ha cominciato per tempo a preoccuparsi: nel 2000 ha istituito un comitato statale per il controllo dei roditori, nel 2002 ha commissionato un ‟piano per lo sviluppo del bambù” all'International Network for Bamboo and Rattan, organizzazione non governativa internazionale. Nel 2004 infine ha preparato un ‟piano di lotta alla fame e alla fioritura del bambù”, fondato su quattro misure di crisi: tagliare tutto il bambù possibile prima che fiorisca (e sparga i semi), preparare abbondanti stock di cereali per far fronte alla crisi, diversificare le colture e il reddito agricolo per diminuire la dipendenza dall'agricoltura di sussistenza. E poi, sviluppare l'industria del bambù. I dirigenti statali parlano di ‟trasformare il disastro in opportunità”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>