Non c’è stata festa di matrimonio per Nadia al Alami e Akras Ashraf. Il vestito bianco di lei è macchiato di sangue. Lui trema ancora nel ricordare l’orrore. ‟Hanno perso i rispettivi genitori. Non sono neppure riusciti a raggiunge la sala degli invitati che il terrorista si è fatto saltare in aria”, racconta il personale del Radisson Hotel. Figli di due grandi famiglie palestinesi della Cisgiordania, Nadia e Akras si sono trovati a incarnare il dramma di quello che i commentatori locali non esitano a definire ‟l’11 settembre giordano”. Ieri, poche ore dopo gli attentati nei tre grandi alberghi di proprietà americana ad Amman (Radisson, Hyatt e Days Inn), le autorità stavano facendo del loro meglio per restaurare una qualche apparenza di normalità. Centinaia tra spazzini e dipendenti degli alberghi si davano da fare per pulire e riparare. Il più colpito è il Radisson. ‟Nella sala dove si celebrava il matrimonio erano riunite oltre 250 persone. I morti sono stati almeno la metà della sessantina complessiva e tanti dei circa 200 feriti. Tutti palestinesi, giordani e iracheni. Chi ha colpito voleva la strage. E c’è riuscito”, spiega Bassam Banna, il responsabile amministrativo. Devastante l’effetto dell’esplosione. Il pavimento in marmo è segnato da un piccolo cratere tra i tappeti bruciati nel punto in cui il kamikaze si è fatto saltare. E i pannelli del soffitto sono segnati da schegge e macchie di sangue. Fuori, sullo stradone a doppia corsia che in meno di mezzo chilometro conduce allo Hyatt, c’è un Paese confuso, spaventato. I gruppi di ragazzini che sventolano le bandiere assieme alle foto di re Abdallah e del defunto re Hussein ricordano da vicino gli sguardi sgomenti dell’intera popolazione che nel gennaio Duemila, al momento dei funerali del padre della Giordania moderna, si chiedeva angosciata: ‟E ora cosa sarà di noi?”. Perché non c’è dubbio che lo shock è collettivo. La folla condanna rabbiosa gli attentati. ‟L’Islam è per la pace e contro la violenza”, gridano. Ma i continui appelli all’unità la dicono lunga sulla minaccia di un nuovo fronte interno. ‟Dalla fine degli anni Novanta, quando Al Zarkawi e i leader di Al Qaeda hanno iniziato a prendere di mira il nostro Paese, le autorità ci avevano rassicurato dicendo che potevamo far fronte al pericolo”, spiega Mohammad Abu Rumman, esperto del terrorismo islamico per il quotidiano Al Ghad. Subito dopo l’invasione americana dell’Iraq, nell’aprile 2003, le minacce erano cresciute. Nell’estate l’attentato all’ambasciata giordana a Bagdad aveva avviato l’era delle bombe in Iraq. Ma un anno dopo i servizi di sicurezza giordani avevano sventato l’esplosione di un camion-bomba carico di materiali chimici nel cuore della capitale. ‟Da allora oltre 100 estremisti sono stati catturati e processati. Almeno altrettanti sono trattenuti in segreto. Ma ora la novità è che l’Iraq esporta terrorismo e l’obiettivo più semplice è proprio la Giordania”, aggiunge Rumman. Semplice è stato per il kamikaze entrare nella lobby dello Hyatt. ‟Non c’era alcun servizio di guardia”, nota Janet Armstrong, un’anziana turista canadese. E facilissimo è stato entrare nel Days Inn. Un cameriere ha visto il kamikaze agitato e sudato al bar mentre armeggiava con il detonatore. E gli ha chiesto se si sentisse male. Questi, preso dal panico, è allora fuggito per la strada, dove la sua bomba è infine esplosa uccidendo due cinesi.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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