I biologi marini ne parlano come di un ‟meltdown ecologico”, un fenomeno senza precedenti: un collasso catastrofico della fauna marina lungo la costa occidentale dell'America del nord, dalla California alla Columbia Britannica (in Canada). Pesci e uccelli marini sono accomunati in questa sorte. E' un effetto del cambiamento della temperatura negli oceani, a quanto sostengono diversi scienziati: il clima si conferma dunque coma l'altra grande minaccia per le popolazioni marine - la prima sono gli umani, con le loro reti da pesca. Dai cormorani ai salmoni ai pesci di scoglio, la fauna marina lungo le coste del Nord America si è assottigliaia come non era mai successo prima - per lo meno, non negli ultimi 50 anni. Il motivo diretto è la scomparsa del plankton - la massa di microrganismi acquatici che popola gli oceani e nutre pesci, mammiferi marini e uccelli. E la scomparsa del plankton è dovuta al collasso di un delicato sistema - come spiegava domenica il quotidiano britannico ‟The Independent on Sunday” citando alcuni oceanografi dell'ente Usa per il monitoraggio degli oceani e dell'atmosfera. Di solito, spiegano, in primavera ed estate i venti lungo la costa soffiano verso sud, spingono l'acqua tiepida superficiale lontano dalle rive e permettono all'acqua più fredda e ricca di nutrienti di risalire dai fondali - così danno nutrimento alle microscopiche piante acquatiche chiamate fitoplankton. Queste diventano il nutrimento per i microscopici organismi animali (zooplankton), che a loro volta sono mangiati da pesci (compresi quelli che poi sono mangiati da altri pesci più grandi), mammiferi, uccelli marini. Quest'anno però i venti sono stati molto deboli e l'acqua fredda non è risalita in superficie in primavera. Questo ha fatto collassare tutto il sistema: la massa di fitoplankton si è ridotta a un quarto del normale, e tutta la catena alimentare basata sul plankton è crollata. Sulle rive sono stati ritrovati uccelli marini morti in gran numero - erano piume e ossa per la penuria di cibo. Un segnale di catastrofi ecologiche a venire? C'è da temerlo. I mari subiscono un'altra pressione, quella umana - sotto forma di inquinamento, ma soprattutto di pesca. Si pensi che sette delle 10 specie di pesce più ‟sfruttate” dalla pesca commerciale sono ormai ‟completamente sfruttate o supersfruttate o esaurite”, per usare il linguaggio della Fao, Organizzazione dell'Onu per l'alimentazione: ovvero, sono ridotte a popolazioni così esigue che non riescono a riprodursi, si vanno esaurendo. E' un dato della Fao, la fonte più autorevole di dati mondiali sulla pesca. Non che sia facile, raccogliere dati sulla pesca. Il registro delle quantità pescate è tenuto dal personale imbarcato sui pescherecci, che estrapola e fa delle medie sulla base del pescato in determinati periodi di tempo - dati approssimativi, dunque. Si possono calcolare le quantità di pesce messe sul mercato - ma il mercato a volte prende vie dirette, quando i pescatori vendono direttamente a ristoranti o piccole aziende di trasformazione e altri clienti diretti, così che sfugge al conto. Comunque: la Fao, nel suo ultimo rapporto sullo ‟Stato della pesca e acquacoltura mondiale” diffuso in marzo calcola che nel 2002 siano state ‟prodotte” (pescate o allevate) circa 101 milioni di tonnellate di pesce per il consumo umano più circa 32 milioni di tonnellate per altri usi; sul totale di 133 milioni di tonnellate, quasi 40 sono pesce allevato in aquacoltura. Un'industria gigantesca, dominata da grandi aziende e alte tecnologie, in cui però resta importante una componente su piccola scala e anche artigianale - la componente che era rappresentata, lo scorso fine settimana a Genova, al salone Slow Fish, versione marina di quel movimento che guarda a come il cibo è prodotto e insieme a come è consumato, e va sotto il nome di Slow Food. Da cui è uscito un messaggio: il ‟cibo di mare” è tra le più importanti fonti di proteine per gran parte dell'umanità, intere comunità umane ne dipendono, vi sono legate tradizioni culinarie - e però la pesca è attività da gestire e controllare, prima del completo collasso dei mari.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>