Forse il più noto tra i giornalisti dissidenti in Iran, Akbar Ganji riceverà oggi, a Siena, il ‟Premio per la libertà di stampa”, dato dal Comune e dal Information Safety and Freedom. Lui però non sarà nella città toscana a riceverlo perché si trova nel carcere di Evin, a Tehran. Anzi: da oltre due mesi è in isolamento, dice il difensore, in un reparto speciale che si trova sotto il controllo diretto del ministero dell'intelligence. L'estate scorsa, tra giorno e agosto, ha osservato uno sciopero della fame che lo ha lasciato in salute incerta. A ritirare il premio sarà dunque una delegazione guidata dalla moglie, signora Massoumeh Shafii, che giorni fa in un'intervista all'Adn Kronos International si è detta convinta che le autorità ‟vogliono farlo morire in cella”. l'ultima volta che l'ha potuto vedere, dice, pesava appena 51 chili: ‟Tre chili meno di quando ha interrotto il suo digiuno di 70 giorni”. Sarà con lei difensore di Ganji, l'avvocato Yousuf Molaie, che da anni ormai si dedica alla difesa di persone accusate di reati politici e di opinione ed è convinto che il caso di Ganji sia eccezionale, un accanimento: ‟Dobbiamo adoperarci perché esca vivo da quella prigione”, ci ha detto ieri, di passaggio a Roma: ‟Il suo stato di salute è preoccupante. E' indebolito, stremato. La sua scarcerazione è urgente”.
Nella delegazione venuta a ritirare il premio in nome di Akbar Ganji - e perorare la causa della sua scarcerazione - c'è inoltre Ahmad Refat, portavoce dell'Associazione per la libertà di espressione in Iran, ed è venuto da Tehran anche Masahollah Shamsolvaisin, vicepresidente dell'Associazione iraniana dei giornalisti.
Perché la magistratura iraniana si accanisce tanto contro Akbar Ganji? La sua vicenda rappresenta bene la lotta di potere avvenuta in Iran negli anni `90 e in particolare con l'avvento della presidente riformista di Mohammad Khatami, quando è nata una stampa indipendente - ed è diventata un terreno di scontro tra le correnti riformiste e il sistema di potere della repubblica islamica, di cui la magistratura resta un bastione.
Ganji è tra i giornalisti che nel `98 e `99 hanno scritto articoli d'inchiesta sui misteriosi omicidi di intellettuali e oppositori che avevano segnato gli anni `90, noti in Iran come ‟serial killings”. E aveva chiamato in causa alcuni apparati di sicurezza dello stato, l'ex presidente di allora - Hashemi Rafsanjani - e altre figure politiche molto in vista, come l'allora ministro dell'intelligence Ali Falahian. Così pressanti erano quelle inchieste che il ministro dell'intelligence aveva dovuto ammettere il coinvolgimento di alcuni elementi dei servizi in quegli omicidi - ‟elementi deviati”, verrebbe da dire in Italia, ma pur sempre un'ammissione clamorosa. La collezione di quelle inchieste, pubblicata nel 2000 con il titolo Scheletri nell'armadio, è tra i ‟capi d'imputazione” contestati a Ganji, così come un altro suo libro, L'arcipelago del carcere, uscito nel 2003.
Processato una prima volta nel 2000 (anche per aver partecipato a una conferenza a Berlino sul futuro dell'Iran, nel `99), condannato infine nel 2001 a sei anni di detenzione per vari reati tra cui ‟diffondere propaganda contro la repubblica islamica”, Ganji ha continuato a far uscire dal carcere lettere che poi circolavano su internet. Nel 2002 ha scritto un ‟Manifesto repubblicano” in cui prefigura un sistema democratico. Nel giugno scorso, quando ha avuto una ‟licenza” dal carcere per motivi di salute, Ganji ha subito chiesto la scarcerazione di tutti i detenuti per motivi d'opinione, poi ha lanciato un appello al ‟non voto” nelle imminenti elezioni presidenziali. E' stato reincarcerato subito per ordine del procuratore generale Saeed Mortazavi - già capo del tribunale per la stampa a cui si deve la chiusura di tanti giornali (e l'incarcerazione di tanti giornalisti).
Ganji è quello che ha portato più a fondo la sua sfida al potere. ‟Finché eravamo tutti dentro e fuori Evin era più o meno normale”, ci dice Shamsolvaisin - anche lui, come direttore del primo quotidiano indipendente nato allora, ha conosciuto la galera. ‟Lo statuto di Ganji è cambiato quando ha alzato il tono e ha attaccato direttamente la Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei”, massima autorità nel sistema della repubblica islamica.
Ora la sua salute è in pericolo, dice il difensore. E fa appello a moltiplicare le pressioni per il suo rilascio: ‟Lasciamo da parte l'aspetto politico, ci interessa il lato umano. È in pericolo. Chiediamo il rilascio senza condizioni, per motivi umanitari”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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