Cinquecento studenti hanno manifestato ieri a Teheran davanti all’ambasciata italiana mostrando immagini del "martire musulmano" Edoardo Agnelli nel quinto anniversario della sua morte. Manifestazione tutto sommato pacifica con qualche slogan contro Israele e contro gli Stati Uniti e il rogo di un paio di bandiere di questi paesi. Tra i giovani studenti iraniani c’era anche Hamed Talebi. L’ho conosciuto in giugno a Teheran. Mi dette subito nell’occhio perché in quel consesso di fondamentalisti, o principialisti, osulgaraian, come si definiscono, coloro che sono rimasti fedeli ai princìpi della Rivoluzione, aveva una faccia allegra e non l’aria scostante e le facce ruvide e un po’ butterate degli altri. E perché scommetteva, con una settimana di anticipo sul voto, per la vittoria di Ahmadinejad, un candidato che i giornali iraniani non prendevano molto sul serio.
Veniva da una regione del mar Caspio. Sua madre quando partiva gli metteva nella sacca un barattolo di agli sottaceto (di quelli buoni, che quando sono stati per anni sottaceto non sanno più d’aglio e diventano quasi dolci) e un fagotto di cetrioli (per gli iraniani i cetrioli sono il frutto archetipo, come per noi la mela). Molto di più non aveva. Ma per lui era importante poter studiare (scienze politiche) perché studiare era un modo per elevarsi e avvicinarsi alla grazia divina.
La mia pecca maggiore, agli occhi di Talebi, era, come giornalista italiana di essere corresponsabile del silenzio che a suo dire circonda in Italia la morte di Edoardo Agnelli. Raccontò una lunga storia che faceva di Agnelli un martire musulmano, anzi un antesignano della rivoluzione visto che si era convertito a New York già nel 1974. E alla fine mi chiese: si può trovare in Italia qualcuno che abbia il coraggio di rompere la censura? Oggi Talebi è un uomo felice. Mi ha raccontato al telefono che alla Facoltà di Lettere di Teheran si sono riuniti almeno 500 studenti provenienti da tutte le università del paese. Che ha parlato perfino un diplomatico che era stato in Italia, Ghadin Abayaneh, che non era nemmeno uno che fosse un seguace di Ahmadinejad. «Tutti hanno riconosciuto che i sionisti sono i nostri nemici, e che sono stati loro in Italia ad impedire che vi fossero indagini serie sulla morte di Edoardo» dice Talebi.
«Edoardo aveva raccontato ai suoi amici iraniani: i sionisti mi ammazzeranno e poi diranno che sono morto per malattia o per un suicidio. Che non fosse suicidio era chiaro perché non aveva lasciato lettere d’addio, anzi si sa che prima di uscire si era informato di che cosa la cuoca stava preparando per il pranzo, e la polizia confermò che il cadavere, trovato sotto un ponte dell’autostrada Torino-Savona, aveva numerose ferite sul viso. Ma il caso fu archiviato come suicidio». Ma perché i sionisti avrebbero dovuto ucciderlo? «Perché era musulmano. Lo divenne leggendo il Corano a New York e dopo divenne sciita e fece anche una visita all’imam Khomeini. E poi perché la ricchezza degli Agnelli sarebbe così rimasta alla sorella che ha quattro figli da un ebreo. Ora sono in pericolo le figlie della sorella di Edoardo, figlie di un marito cristiano. Il giorno dopo il suo assassinio contattammo l’Ansa a Teheran per informare gli italiani che Edoardo era uno sciita, ma l’Ansa ci rispose di non essere interessata. I sionisti volevano che tutta la ricchezza andasse in mani loro. Noi comunque - aggiunge dopo un breve ripensamento - non sono siamo contro gli ebrei ma contro i sionisti. Nei nostri striscioni è scritto: viva gli ebrei antisionisti». Come mai solo quest’anno avete deciso di commemorare l’anniversario della sua morte con una manifestazione di fronte all’ambasciata se è morto da cinque anni? «Perché solo quest’anno è stato chiaro quanto l’influenza sionista sia forte in Italia, dopo la manifestazione davanti all’ambasciata iraniana». Siamo felici che la città natale dell’Imam, Khomeini, abbia deciso di nominare una piazza col nome di Edoardo, un martire dell’islam, dice. «Anzi, ci saranno tante altre piazze col suo nome e tante altre manifestazioni di fronte ad ambasciate italiane in tutto il mondo. Fino a che l’Onu non riparerà a questa ingiustizia, fino a che un team della tv iraniana non avrà il permesso di indagare in Italia sul caso Agnelli, e finché il corpo di Edoardo non sarà trasferito in un cimitero islamico». Stasera, conclude, le tv iraniane manderanno in onda il documentario che abbiamo fatto su di lui: si potrà trovare una tv italiana disposta a trasmetterlo?
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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