Il velo dell'omertà sull'uso del fosforo bianco si è squarciato persino negli Stati uniti, l'ultimo strappo è stata la testimonianza di Darrin Mortenson, un giornalista americano embedded. Preceduto dalla ancor più importante ammissione sull'uso delle micidiali armi chimiche da parte del Pentagono. Ma per il portavoce del Pentagono, Barry Venable, non si tratta di armi chimiche e poi sono state usate contro i combattenti: bastano le terribili immagini delle vittime di Falluja - soprattutto donne e bambini - mostrati nell'inchiesta di Rainews24 a smentirli.
Per gli Stati uniti quella polvere che corrode la carne degli esseri umani non è nemmeno proibita visto che non hanno firmato il protocollo della Convenzione su alcune armi convenzionali. Così come per gli Stati uniti è stato legittimo, quel 4 marzo del 2005, sparare su un'auto su cui viaggiavano due agenti del Sismi e una giornalista, uccidendo Nicola Calipari. Sparare per uccidere come ha confermato la perizia della magistratura. È la guerra. Una guerra che non rispetta più nemmeno le convenzioni internazionali. In cui sono coinvolti anche coloro che hanno mandato le proprie truppe ipocritamente sotto il nome di ‟missione di pace”.
Una guerra che Bush ha scatenato contro Saddam perché - diceva - aveva le armi di distruzione di massa - ben sapendo che non le aveva più e quando le aveva usate contro i kurdi nel 1988 non aveva suscitato grande scalpore. Invece le armi di distruzione di massa - napalm e fosforo bianco - le ha portate Bush e le ha usate contro la popolazione civile. Chi resta in Iraq a fianco degli americani è complice di chi usa queste armi, di chi ha torturato ad Abu Ghraib e ha addestrato gli iracheni a usare gli stessi metodi. E' questo il processo democratico da sostenere in Iraq oppure quello dei 170 prigionieri torturati e rinchiusi dentro il ministero degli interni iracheno? E' questo Iraq che le nostre truppe devono difendere? C'è chi sostiene che bisogna rimanere per combattere il terrorismo, ma i terroristi, proprio come le micidiali armi, sono arrivati insieme alla guerra di Bush. Solo un ritiro delle truppe può spezzare la spirale guerra-terrorismo. O ancora, si dice che senza i marine scoppierebbe la guerra civile. La guerra civile purtroppo c'è già in Iraq e ha già mietuto migliaia di vittime, ignorate come tutte le altre. E non sono certo le truppe a ostacolare i regolamenti di conti, la violenza sulle donne, i rapimenti o lo scontro sanguinoso tra sunniti e sciiti. Anzi, quest'ultimo, favorendo la spartizione dell'Iraq, gli Usa l'hanno alimentato. Non si può escludere che un ritiro delle truppe provochi nell'immediato un acuirsi dello scontro tra le varie componenti irachene, ma ormai è l'unico modo per aprire la via a una soluzione vera e duratura della crisi. L'occidente se vuole aiutare l'Iraq distrutto non può farlo con i cannoni ma ricostruendo il paese.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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