Colombia, ottobre 2005. Ho attraversato la Colombia da Bogotá a Cali, a Cartagena, visitando varie università e centri culturali, come membro di una ristretta delegazione italiana. Ho incontrato numerosi esponenti della cultura e della politica colombiana, incluso il Governatore della regione del Valle del Cauca, Angelino Garzón. L'invito mi era stato rivolto da Jairo Agudelo, direttore della Escuela latinoamericana de cooperación y desarrollo, di Cartagena. Il nostro viaggio era stato organizzato in collaborazione con la cooperativa Arcadia, di Modena, e la regione Emilia Romagna. La Colombia è uno dei paesi latino-americani meno presenti all'attenzione culturale e politica degli europei. Anche sul piano economico l'Europa è assente, con la sola eccezione della Germania. Una serie di luoghi comuni caricano di pregiudizi il visitatore europeo e lo inducono a interpretazioni semplicistiche. La Colombia è percepita come un paese marginale, arretrato e pericolosamente violento, e la cocaina è ritenuta la sua principale risorsa economica. Ed è diffusa la duplice credenza che il sostegno degli Stati uniti rafforzi lo Stato colombiano e che la guerra civile sia la conseguenza dell'estremismo terroristico di una guerriglia senza tempo, che continua ad ispirarsi a Lenin, Mao e Che Guevara. Cocaina e guerriglia farebbero della Colombia un ‟paese folle”, accessibile solo a viaggiatori avventurosi o sprovveduti. ‟Locombia” - da loco, folle in castigliano - è il nome sarcasticamente attribuito a un paese la cui popolazione, si dice, è antropologicamente votata al disordine, all'eccesso, allo spargimento del sangue.

Tra Ande, jungla e splendide spiagge
In realtà, ciò che colpisce sin dall'arrivo all'aeroporto di Bogotá è la straordinaria bellezza di un paese tropicale attraversato da svettanti cordigliere andine, disteso fra la lussureggiante jungla amazzonica del sud e le splendide spiagge caraibiche del nord. E si ha l'immediata sensazione di trovarsi in un paese tutt'altro che arretrato e marginale. E' una sensazione che l'analisi dei dati economici sembra confermare. La Colombia è oggi investita dal flusso della modernizzazione tecnologica e dai processi di integrazione globale. Il settore bancario e finanziario è in rapida espansione, il Pil è di oltre 260 miliardi di dollari, il tasso annuale di crescita è del 3,4%, mentre l'inflazione non supera il 7%. Le attività produttive vanno ben oltre la coltivazione e il commercio della droga. Il petrolio, l'oro, gli smeraldi sono risorse molto importanti, come lo è la produzione dei cash-crops tropicali: il caffè, la canna da zucchero, le banane. Certo, questi dati non bastano per capire che cos'è oggi la Colombia e in quale direzione sta andando il suo sviluppo. Per capirlo occorrerebbero indagini approfondite e lunghi soggiorni di studio. E tuttavia penso di poter dire che in Colombia, come in altri paesi latino-americani, lo sviluppo economico non alimenta uno ‟sviluppo umano” adeguato. L'economia, quella legale non meno di quella illegale, opera indipendentemente dalla politica e dal diritto. Allo sviluppo umano si oppongono l'iniqua distribuzione della ricchezza, la diffusa violazione dei diritti fondamentali, e, non ultima, la dipendenza del paese dallo strapotere degli Stati uniti. Da questi tre punti di vista la situazione della Colombia è drammatica. Secondo i dati forniti dalla Controlaría general della Repubblica, la Colombia occupa l'undicesimo posto fra i paesi del mondo con la più alta sperequazione dei redditi. Un cittadino mediamente ricco guadagna quanto 60 poveri. Quattordici milioni di colombiani, pari al 64% della popolazione totale, vivono con meno di due dollari al giorno. Di questi, nove milioni non dispongono neppure di un dollaro al giorno, e cioè sopravvivono nell'indigenza più assoluta. L'iniquità del rapporto fra ricchezza e povertà è percepibile anche dal visitatore più distratto. In una città come Bogotá sono migliaia le persone prive di abitazione che trascorrono le notti sui marciapiedi, talora avvolte in stracci di colore bianco, come cadaveri all'obitorio. E può capitare quello che è accaduto a me nella splendida piazza Bolivar, nel centro storico di Cartagena, dichiarato dall'Unesco patrimonio dell'umanità. Mi è capitato di imbattermi nel corpo seminudo di un bambino nero, privo di sensi perché sotto l'effetto della droga e forse morente, che giaceva riverso sul marciapiede sotto un sole bruciante, con nella mano semiaperta un tozzo di pane, nella più assoluta indifferenza dei passanti che uscivano dalla cattedrale, oltre che, ovviamente, dei turisti.
Altrettanto drammatica è la violazione dei diritti dell'uomo, anzitutto del diritto alla vita, sacrificato dall'incapacità dello stato di esercitare il monopolio dell'uso della forza. Per cogliere questo aspetto occorrerebbe una ricostruzione storica del processo di formazione dello stato colombiano. Sarebbe necessario ricostruire le dinamiche della frammentazione nazionale, cogliere le cause del fossato che separa i contadini dagli abitanti delle città, indagare le ragioni che hanno fatto dello Stato colombiano un organismo fragile, senza potere di comando in larghe aree del territorio. E occorrerebbe spiegare perché oggi la Colombia sia perfettamente aderente ad un modello di Stato di diritto costituzionale - la Costituzione del 1991 è da questo punto di vista esemplare - ma si riveli nello stesso tempo incapace di tutelare i diritti dei cittadini. L'aspetto più grave di questo deficit funzionale è la presenza delle formazioni armate: i guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc) e dell'Esercito di liberazione nazionale (Eln), e, ad essi contrapposte, le formazioni paramilitari come le Autodefensas Unidas de Colombia (Auc). Non armate, ma colluse con le formazioni paramilitari, sono le organizzazioni dei narcotrafficanti e dei latifondisti. L'esercito regolare e i gruppi paramilitari sono finanziati dagli Stati uniti. Solo nel 2003 essi hanno stanziato 2 miliardi di dollari in armamenti per la lotta contro i guerriglieri e hanno inviato un contingente di centinaia di uomini per addestrare l'esercito governativo e le forze paramilitari. Per conto loro, le fazioni ribelli si finanziano lautamente imponendo tasse ai contadini produttori di coca. Tutti questi attori armati si contendono il controllo del territorio provocando un'ininterrotta strage di persone innocenti. Tra il giugno del 2000 e l'aprile del 2001, ad esempio, è stata registrata una media di venti morti al giorno. Ma oltre a questo, la contesa armata pone fra due fuochi i contadini e le popolazioni autoctone. Ne deriva la devastazione del loro habitat e, di conseguenza, il fenomeno del desplazamiento forzado. Sono oltre due milioni i contadini che sono stati costretti ad abbandonare i loro campi e le loro case e a cercare un illusorio rifugio nei barrios delle città.

Washington consensus
La causa principale della debolezza dello sato colombiano è la sua dipendenza dal ‟Washington consensus”. La Colombia è sempre stata l'epicentro della dottrina Monroe nell'area caraibica: il ‟ortile di casa”della superpotenza americana. Nell'ultimo decennio l'interferenza degli Stati uiti si è fatta sempre più invasiva, a partire dall'imponente sostegno finanziario e militare accordato nel 2000 da Bill Clinton al presidente colombiano Andrés Pastrana, nel quadro del Plan Colombia. E ha toccato il culmine con l'attuale presidente, Álvaro Uribe Vélez, esponente dell'estrema destra latifondista. Il sostegno finanziario che gli Stati uiti hanno annualmente erogato supera i 3 miliardi di dollari, una somma di poco inferiore a quella destinata a Israele. Di diritto e di fatto gli Stati uiti hanno progressivamente usurpato le funzioni dello stato colombiano, erodendone la sovranità e la legittimità. Il potere giudiziario è stato defraudato di larga parte della sua funzione giurisdizionale dal trattato capestro del 1979, che ha imposto l'estradizione nelle carceri degli Stati uniti di centinaia di narcotrafficanti e guerriglieri, veri o presunti. La politica estera e la gestione del potere militare sono di fatto nelle mani di consiglieri e di istruttori statunitensi. L'economia è controllata, nei settori più rilevanti come il petrolio e i giacimenti minerari, da corporations internazionali le cui case madri risiedono negli Stati uniti. La lotta per l'eliminazione della coltivazione di droghe illegali è condotta da reparti statunitensi, secondo le direttive del Plan Colombia. Le fumigations aeree, con l'uso di pesticidi come il glifosato, non scoraggiano i contadini che per sopravvivere continuano a coltivare la coca. L'effetto perverso è che centinaia di migliaia di ettari vengono inquinati, con conseguenze sempre più gravi sulle altre coltivazioni, sulla sicurezza alimentare e la salute di intere popolazioni. La dipendenza dagli Stati uniti è anche la causa del fallimento dei tentativi di pacificazione del paese.

L'opzione armata
Gli Stati uniti hanno imposto l'opzione armata nella lotta sia contro quello che essi chiamano il ‟narcoterrrorismo”, sia contro i guerriglieri delle Farc, che essi hanno inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche. Dopo l'insuccesso del tentativo del presidente Pastrana di avviare un dialogo con i guerriglieri, nel 2002 il presidente Uribe Vélez si è imposto promettendo al paese la sconfitta della guerriglia attraverso l'uso della forza e l'assimilazione dei gruppi paramilitari entro le strutture dello stato. Lo strumento normativo di quest'ultima operazione è una forma mascherata di amnistia: la Ley de justicia y paz, del luglio 2005, che è al centro di un vivace dibattito politico, come è emerso dai seminari cui la delegazione italiana ha partecipato. Per portare a termine questo duplice programma, Uribe ha deciso di ripresentare la propria candidatura nelle prossime elezioni presidenziali - maggio 2006 - e a questo fine ha fatto approvare dal parlamento una legge di riforma della Costituzione. La speranza che la Corte costituzionale dichiarasse l'incostituzionalità di questa legge è stata frustrata. Una recente sentenza della Corte ha approvato la legge e ha dato via libera alla nuova presidenza Uribe. La riconferma dell'attuale presidente impedirà ai colombiani, ancora per molti anni, di liberarsi dal giogo del Washington consensus e di aderire al progetto di riscatto dell'America latina, oggi guidato da paesi come il Brasile, l'Argentina, il Venezuela e l'Uruguay. E avrà come conseguenza l'inasprimento della guerra civile.

Contro il Trattato di libero commercio
I primi sintomi si questo inasprimento erano già percepibili durante il soggiorno in Colombia della delegazione italiana. A Cali, qualche giorno prima del nostro arrivo, nel campus dell'Università del Valle gli studenti protestavano contro il ‟Trattato di libero commercio” con gli Stati uniti. I giovani sono stati aggrediti dalla polizia che non ha esitato a sparare sugli studenti uccidendone uno e ferendone gravemente un altro. A Bogotá, a poche centinaia di metri dall'Hotel dove la delegazione era stata ospitata, il 13 ottobre una violentissima deflagrazione ha investito il convoglio che scortava il senatore Vargas Lleras, potente alleato del presidente Uribe. Prudentemente, il governatore Angelino Garzón, fermo oppositore di Uribe, si è presentato all'appuntamento con la delegazione italiana scortato da un corteo di macchine blindate e da una ventina di guardie del corpo, armate sino ai denti.

Danilo Zolo

Danilo Zolo

Danilo Zolo ha insegnato Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze. È stato Visiting Fellow in numerose università inglesi e statunitensi e nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni in Argentina, Brasile, Messico e Colombia. Nel 2001 ha fondato la rivista elettronica internazionale “Jura Gentium”. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology (Kluwer, 1989); Democracy and Complexity (Polity Press, 1992); I signori della pace (Carocci, 1998); Invoking Humanity: War, Law and Global Order (Continuum, 2002); Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza,); La giustizia dei vincitori (Laterza, 2006). Per Feltrinelli ha pubblicato: Scienza e politica in Otto Neurath (1986); Il principato democratico (1992); Cosmopolis (1995); Lo Stato di diritto (con Pietro Costa; 2002); L’alternativa mediterranea (con Franco Cassano; 2007); L’alito della libertà. Su Bobbio (2008) e Sulla paura (2011).

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