«Bello» ha detto mia figlia, indicando la foto: l’immigrato morto sugli scogli di Scicli, uno dei nove affogati cercando di arrivare nella terra promessa. La testa rivolta all'indietro, adagiata sulla pietra, il volto sfuggente, un braccio lungo il fianco, i pantaloni tirati su fino al ginocchio, il torace nudo, glabro. Sembra il Cristo di Michelangelo, crocifisso e deposto. E come quel cristo, anche il maghrebino venuto a crepare sugli scogli di Sicilia ha trovato, nella morte, una compostezza esteriore, un segno di levità, quasi una consolazione.
Ha ragione mia figlia: bella foto. Lieve, pudica, ordinata. Peccato che sia solo una foto. La morte resta dietro, svagata, intatta. E con la morte, restano altrove anche le cifre di questo lento, inesorabile sterminio. È il limite di ogni nostra indignazione: l’incapacità di attribuire un senso compiuto, un fiato di vita e di verità a quei numeri. Sarebbe più onesto raccontarli per ciò che sono: non la bella morte ma l’odore di plastica del sacco nero che racchiude la carcassa di un annegato, come faceva ieri Lodato su queste pagine cominciando il suo racconto dalla fila ordinata di involucri di tela cerata, pronti per il bisturi dell’autopsia, pronti per una veloce sepoltura in terra straniera.
Ecco, dovremmo recuperare i dettagli della morte, di queste morti, per ricondurli all’orrore da cui provengono. Ricordo, durante un estenuante seminario contro la pena capitale, il turbamento sfacciato, violento che ci produsse - più di tutte le foto dei gasati e degli avvelenati nella camera della morte - un semplice foglio di carta. Il certificato con cui il medico di un penitenziario attestava il decesso del condannato. Nello spazio destinato alle cause, con puntiglio burocratico, c’era scritto: omicidio.
Bisogna che la morte ci faccia male, per percepirne l’oscenità. Bisogna che davanti a quei sacchi di tela nera vengano condotti i miliziani della razza ariana, quelli alla Borghezio, paffuti e logorroici nelle loro sviolinate a favore dei Cpt a cinque stelle e della fascistissima legge Bossi-Fini. Bisogna che ci si sforzi, tutti, di andare oltre il garbato ribrezzo con cui accompagniamo queste notizie in coda ai tigì, senza cedere al morso dell’abitudine, senza accontentarsi delle nostre giaculatorie per quei vivi e per quei morti. Non sarà facile perché dentro l’abitudine, fatta di parole prudenti e gesti educati, c’è spazio per tutti.
Ci siamo abituati alle cronache dal Cpt di Lampedusa, alle storie che ci hanno raccontato, alle immagini raccolte dai cronisti. Abbiamo già digerito quell’invisibile linea che ci divide dagli extracomunitari e che è fatta di gesti brevi, rozzi, il ceffone del brigadiere, il misero sciacallaggio sui pochi denari dei maghrebini, le file ben ordinate nel cortile del centro ad aspettare l’aereo per essere espulsi altrove. Ci si abitua perfino a non chiedere: che accade quando quei poveracci vengono scaricati in Libia? Che ne è di loro? Che piega prende il loro destino? Adesso ci stiamo abituando anche agli annegati, a trasformarli in numeri pietosi, in cifre del cordoglio. Se non fosse stato per quello scatto fotografico, il cristo deposto sugli scogli siciliani, quel graffio di grazia a sporcare la morte...
Claudio Fava

Claudio Fava

Claudio Fava (1957), giornalista e politico, ha dedicato gran parte della sua attività professionale alla denuncia della criminalità organizzata (il padre Giuseppe è stato ucciso dalla mafia) ed è autore tra l’altro di Cinque delitti imperfetti (Mondadori, 1994), Il mio nome è Caino (Baldini & Castoldi, 1997) e Quei bravi ragazzi (Sperling & Kupfer, 2007). Con Feltrinelli ha pubblicato I cento passi (2001), insieme a Marco Tullio Giordana e Monica Zapelli, e Teresa (2011).

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