Oggi è la sua festa, avrebbe compiuto ottant’anni. Ho scritto pochi giorni fa come lo ricordo io: in piedi su una macchina scoperta, senza alcuna scorta tranne i pochi amici che lo avevano accompagnato, in una notte di incendi e di rivolta nei quartieri neri di Washington. Era il 1968, aprile, Martin Luther King era stato assassinato a Memphis, Polizia e Guardia nazionale non erano riuscite a fermare la rivolta. Lo ha fatto Robert Kennedy, arrampicato sul cofano di una automobile, usando un microfono e un amplificatore portatile, perché in città non vi era più luce elettrica.
Lo ricordo anche in una sera quasi estiva del Nebraska (maggio), una lunga passeggiata col cane (e una celebre fotografia) mentre aspettavamo il risultato delle ‟primarie”.
Kennedy raccontava dell’evento più insolito, per un leader americano in quegli anni, il suo viaggio nell’America Latina e nel Sudafrica dell’apartheid. Aveva parlato di democrazia, di libertà, di diritti civili a folle immense, e contro i governi di quei Paesi.
Ecco un modo per ricordare che l’esportazione della democrazia non è stata inventata dai neoconservatori, delle armi e dall’uso senza scrupoli della guerra. Era il progetto di un giovane uomo che credeva nel rispetto degli esseri umani e della loro libertà fino al rischio (e poi fino al prezzo) della sua vita.
Molti ricorderanno che il tema della campagna elettorale del 1968 è stata la guerra del Vietnam. Ricorderanno che Robert Kennedy ha giocato tutto il suo prestigio nell’impegno contro quella guerra, non ha esitato a sfidare il presidente in carica, Johnson, del suo stesso partito, che rifiutava il ritiro delle truppe americane. Ricorderanno che, con la carta della pace, ha vinto tutte le elezioni primarie democratiche, fino alla tappa finale, la California, in cui ha completato la sua vittoria, è diventato il candidato del partito democratico alle elezioni presidenziali e, quella stessa sera (4 giugno 1968), all’Hotel Ambassador di Los Angeles, è stato ucciso per mano di un giovane assassino palestinese il cui mandante è ancora ignoto.
È rimasto nella nostra storia del giornalismo il racconto immediato e dal vivo che di quell’evento ha fatto Andrea Barbato per il telegiornale Rai, tragica conclusione di un ciclo di trasmissioni (tutte le primarie americane) che fino a quel giorno avevamo condotto insieme.
Qualcuno si domanderà, a distanza di tanti anni, perché un pezzo del giornalismo italiano era stato distaccato per seguire in modo così ravvicinato un evento lontano e di interesse non immediato per l’Italia, come le elezioni primarie del partito democratico americano.
Risponderò che in tanti eravamo convinti che la Storia americana stava cambiando in quel momento, e avrebbe cambiato la Storia del mondo.
Erano passati pochi anni da quando John Kennedy, nel suo celebre discorso all’American University, aveva detto che «la pace si salva con la pace» e non con le minacce di guerra, dando il primo grande segnale di distensione fra i due imperi atomici.
Erano passati pochi mesi da quando Robert Kennedy, di fronte a folle festanti (le prime, le uniche dell’America Latina intorno a una personalità americana, prima e dopo di allora) aveva detto, a Lima, a Bogotà, in Argentina, in Brasile che «non è il Paese più forte quello più degno di guidare, ma il Paese più rispettoso delle libertà, della dignità, dei diritti civili, dei diritti umani di tutti le donne e i bambini e gli uomini di ogni altro Paese del mondo».
Per far capire che cosa si era intravisto, seguendo Robert Kennedy attraverso l’America degli anni Sessanta, ricorderò ‟lo sciopero dell’uva”, la più grande, la più riuscita campagna di boicottaggio sindacale e politico che sia mai stata condotta da americani in America.
La questione era immediata e concreta. I raccoglitori di uva della California, tutti messicani e tutti clandestini, alloggiati in campi disumani e pagati quasi niente, avevano proclamato uno sciopero ad oltranza per ottenere il salario minimo delle campagne, avevano eletto leader uno di loro, Cesar Chavez, e avevano chiesto un incontro con Robert Kennedy che si era appena dimesso da ministro della Giustizia.
Kennedy e Chavez si sono incontrati in una ‟Missione”, piccola chiesa francescana della città di El Centro, vicino al confine messicano. Da El Centro è partita la marcia dei contadini senza diritti per portare a Sacramento, capitale dello Stato, la loro protesta e la loro richiesta. Robert Kennedy, con Cesar Chavez, si è messo alla testa di quella marcia, che è durata dieci giorni, e ha attratto l’attenzione dei giovani americani, ne ha coinvolti a centinaia di migliaia. In ogni città americana è cominciato il boicottaggio dell’uva. È continuato in ogni casa, in milioni di famiglie americane fino a che i raccoglitori hanno ottenuto i loro diritti. Ciò che stava accadendo era allo stesso tempo una vicenda sindacale, una dimostrazione politica, e un grande apologo di ciò che poteva essere la vita americana ‟se gli ultimi diventano i primi” nella attenzione di chi governa, come ha predicato, di fronte ai clandestini messicani e ai due leader, il frate francescano che ogni mattina all’alba diceva messa per quella processione un po’ medioevale che, a momenti, è sembrata l’anticipazione di un nuovo mondo.
In quei giorni Robert Kennedy è diventato la figura politica dal seguito immenso, dalla voce inconfondibile, capace di mettersi alla testa di una intera generazione che stava schierandosi (dopo i colpi a vuoto dei fantasiosi anni Sessanta) su un territorio mai esplorato: quello di un mondo moderno fondato sulla solidarietà molto più che sulla forza, sulla pace come valore morale, ma anche come valore economico («la pace costa meno» era lo slogan) nel considerare i diritti delle persone, non quelli dei grandi gruppi che sanno difendersi da soli, la ragione e il fine ultimo del governare.
Tutto ciò non è così utopistico e così campato in aria, se si considerano i due riferimenti costanti nella vita americana: la Costituzione di un Paese che riconosce ‟il diritto alla felicità”. E il pragmatismo intelligente che suggerisce sempre il percorso meno costoso e più conveniente. Robert Kennedy stava dicendo che preoccuparsi, governando, delle condizioni di vita degli esseri umani (lui parlava del mondo, e di qui il suo carisma) è molto più conveniente e molto meno costoso della guerra. E che il frutto della guerra, ancora peggiore del mare di vittime, è l’odio, un mostro capace di riprodurre infinitamente se stesso.
Non sto commentando, sto citando dai discorsi, dalle interviste, dalle conversazioni (sopratutto quella a Omaha, nel Nebraska, mentre aspettavamo il risultato delle ‟primarie” in quello Stato) dagli eventi che stavano facendo di Robert Kennedy il grande leader democratico che scarta la strada della potenza per imboccare quella di una consonanza con la parte migliore del suo Paese e del mondo.
Ama il suo Paese, ma non come un privilegio. E considera ingiusto anche il mondo giusto che tollera e lascia scorrere l’ingiustizia nel mondo di altri.
Non ci sono ‟altri”, nella visionaria e limpida immaginazione di Robert Kennedy. Lui dice ‟noi” per dire ‟tutti”, e non è un santo.
È un leader nuovo che si appresta a governare in modo diverso.
Riflettere oggi sul vuoto di non avere mai saputo come avrebbe governato quel leader non è nostalgia, è dichiarazione politica.
Stiamo per forza confrontando Robert Kennedy con chi governa l’America oggi e stiamo per forza dicendo qualcosa di cui siamo certi. L’America è più grande di chi in questo momento la sta governando.
E noi, i non americani che hanno sempre avuto l’impressione (o l’impulso) di votare quando ci sono le elezioni in quel Paese, restiamo convinti che sia difficile abitare un mondo dominato da una America che si è ristretta nei confini della paura e che permette alla paura di trasformarsi in guerra preventiva, un corridoio cieco in cui si porta tragedia e si incassa tragedia.
Ma stiamo dicendo anche qualche altra cosa. È una domanda che a me sembra drammatica: che cosa è, che cosa può diventare un mondo di prigioni segrete, di catture e di detenzioni illegali, di uccisioni inspiegabili (per noi italiani, Nicola Calipari) di documentazione falsificata per fare una guerra, di affermazioni simultanee come: «abbiamo esportato la democrazia» e «abbiamo usato il fosforo bianco».
Il fatto è questo. L’America è, e resta, la sola grande potenza del mondo. Può la sola grande potenza del mondo perdere il suo onore - che è l’onore della difesa pulita e disinteressata della libertà - agli occhi del mondo? Non è un pericolo mortale se questo avviene? Quando si giunge, nella Storia, a strettoie di questo genere di solito gli analisti si domandano: ‟ma è necessario?”
Come vedete, scelgo una domanda pratica, quasi cinica. Non propongo un quesito morale. Faccio una questione di convenienza. La risposta purtroppo è no. Ed è per questo che la madre del soldato Sheehan, che è saltato su una bomba a Baghdad, è stata mandata via dal ranch Crawford di George Bush nel Texas. Per avere posto con semplicità l’unica domanda che conta: «Mi dica perché mio figlio è morto».
Nessuno dimentica l’11 settembre. E possiamo immaginare che, nonostante il suo dolore, non lo abbia dimenticato la signora Sheehan. Chi vive nel dolore comprende bene il dolore degli altri. Ma resta la domanda: ‟Era necessario inventare una guerra spaventosa che non finisce e che ha provocato crateri nuovi di odio che si moltiplicano ogni giorno?” Era necessario disseminare nel mondo prigioni, luoghi di sequestro, centri di detenzione cieca e definitiva, pratica di torture, assalti a città piene di civili con tecniche radicalmente distruttive? Era necessario oscurare con questi eventi terribili e lugubri l’immagine di un Paese che, essendo il più potente, deve per forza essere il più esemplare, come è stato in altri momenti della sua storia e della nostra storia?
Ci dicono che dobbiamo ricordare di essere stati liberati dagli americani. Noi lo ricordiamo, e siamo antifascisti per questo.
C’eravamo. E perciò conosciamo il prima e il dopo, la fine dell’incubo e l’arrivo della libertà. E infatti soltanto uno scrittore giovane con radici politiche ben diverse pubblica in questi giorni un romanzo per descrivere gli americani della Liberazione come «il male». Eppure fa squadra con quelli delle celebrazioni dei neocons e di questa guerra che continua a portare morte e non finisce.
Per questo oggi, su questo giornale, ricordiamo l’anniversario di Robert Kennedy. Per ricordare la sua America che, opponendosi, alla guerra del Vietnam, ha detto, trentacinque anni prima, ciò che va detto oggi.
E infatti lo dicono quasi ogni giorno, al Senato americano, uomini come Ted Kennedy e John Kerry.
Per fortuna Francis Fukuyama, il teorico della ‟fine della storia”, ha scritto il libro sbagliato. La storia non è finita.
E ricordare non è soltanto nostalgia. È un atto politico di speranza.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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