Con un parere assai singolare, ma del tutto coerente con la impostazione sempre più ideologica delle questioni riguardanti la vita, il Comitato nazionale per la bioetica ha proposto di dare via libera all’"adozione" degli embrioni attualmente congelati. Singolarità e ideologia derivano dal fatto che questa proposta contraddice con grande disinvoltura molti degli argomenti spesi appena ieri con aggressività contro coloro che sostenevano il referendum per l’abrogazione della legge sulla procreazione medicalmente assistita.
Ma, da parte cattolica, si dice esplicitamente che ogni mezzo è legittimo quando si tratta di salvare embrioni altrimenti destinati alla distruzione. E, d’altra parte, si può osservare che, comunque, questa ipotesi offre opportunità nuove a chi, come le donne sole e le coppie fertili, sono pesantemente penalizzate dal proibizionismo della legge attuale.
Ma proprio da qui deve partire la riflessione. Prendiamo il caso della donna sola, esclusa per legge da ogni accesso alle tecnologie della riproduzione con argomenti che vanno dalla condanna di un’etica del desiderio che vuole portare la procreazione fuori dal "naturale" rapporto di coppia fino all’alluvione un po’ terroristica di riferimenti alla tesi secondo la quale la personalità di chi nasce sarebbe irreparabilmente danneggiata dalla mancanza della «doppia figura genitoriale». Questi argomenti vengono ora disinvoltamente messi da parte, e si potrebbe realisticamente concludere che è meglio l’apertura di uno spiraglio alla chiusura totale. Ma il realismo deve pur fare i conti proprio con l’inammissibilità etica, oltre che giuridica, di questo modo di considerare la donna e il suo corpo.
Quando la donna sola pretende d’essere considerata un essere pensante, di cui va rispettata l’autonomia di decisione in un ambito che davvero è suo, cala la riproduzione e si vieta il suo accesso alla riproduzione assistita.
Quando, invece, ad essa si guarda come ad un puro contenitore, utilizzabile per realizzare una finalità ritenuta socialmente rilevante, allora quell’accesso diventa di colpo legittimo. Ancora una volta il corpo della donna viene considerato come un "luogo pubblico" di cui il legislatore può impadronirsi, regolandolo a proprio piacimento.
Così l’opportunità offerta alla donna sola viene pagata con la lesione della sua dignità e con una impostazione sostanzialmente ricattatoria: o accetti la degradazione a contenitore o rimarrai prigioniera del divieto. E questo modo di impostare la questione rafforza i dubbi sulla legittimità costituzionale dell’esclusione delle donne sole dall’accesso alle tecnologie della riproduzione sulla base di una "condizione personale", in palese violazione del principio di eguaglianza affermato dall’articolo 3 della Costituzione.
Consideriamo l’altro spiraglio, quello dedicato alle coppie fertili.
Permane la considerazione della donna come contenitore alla quale si accompagna l’abbandono di un’altra premessa della legge, proclamata fin dall’articolo 1, quella che considera la procreazione assistita esclusivamente come una terapia della sterilità. Inoltre, dopo i mille anatemi contro la fecondazione eterologa, si propone di imboccare una strada che va esattamente in questa direzione.
Si conferma così la fragilità dell’assetto sul quale poggia l’attuale legge, la sua impostazione sostanzialmente ideologica e l’intenzione di modificarla solo laddove premono ragioni altrettanto ideologiche. Su contraddizioni e forzature, infatti, si passa sopra senza però considerare la vicenda procreativa nel suo insieme e l’ineliminabile soggettività femminile che l’accompagna, ma facendo solo leva sulla controversa affermazione della natura dell’embrione come persona.
Uno sguardo alla tecnica giuridica adottata, al trasferimento in questa materia della logica dell’adozione.
Qui sono due le questioni da considerare. In altri paesi, la Francia ad esempio, è permesso in via generale ad una coppia di ricorrere ad un embrione creato con i gameti di un’altra coppia, quando quest’ultima abbia già realizzato il proprio "progetto procreativo" ed abbia dato il proprio consenso. Il riferimento all’adozione nella proposta del Comitato di bioetica consente invece di prescindere da queste due condizioni, in particolare dal consenso, dichiarando gli embrioni in stato di abbandono ed espropriando così la coppia della possibilità di far sentire la propria voce.
La seconda questione riporta alla condizione della donna sola. Si sa che, in via generale, i single non possono adottare. L’eccezione prevista dalla proposta del Comitato di bioetica prospetta una inquietante gerarchia di valori.
Tutto per l’embrione, purché nasca. Nulla a chi è già nato ai bambini adottabili, che possono rimanere privi della possibilità di inserimento in un nucleo familiare anche quando vi sia la richiesta di adozione da parte di una persona sola.
Di tutto questo bisogna avere consapevolezza, perché si tratta di materie nelle quali proprio la pesantezza delle scelte etiche e delle decisioni giuridiche muta il quadro delle libertà e dei diritti, della stessa condizione esistenziale. Accettando senza riserve la logica che sta alla base del parere del Comitato di bioetica, ad esempio, si rischia di fornire una legittimazione alla richiesta di chi vuole la presenza di rappresentanti del Movimento per la vita nei consultori. Se si segue acriticamente la logica della tutela dell’embrione ad ogni costo, infatti, quella richiesta diventa obiettivamente più forte perché qui si è in presenza di un feto. La modifica della legge sulla procreazione assistita può così divenire l’insidiosa premessa per manipolazioni della legge sull’aborto.
Di nuovo alle donne si guarda con scarso rispetto. In un momento difficile e drammatico, qual è appunto quello della decisione di interrompere la gravidanza non si vuole offrire ad essa informazione e dialogo, ma imporre la presenza di attivisti, pregiudizialmente ostili alla decisione che potrebbe essere presa, con un inammissibile effetto di colpevolizzazione. Qui non è questione d’essere laici o cattolici. E’ in gioco la dignità della persona, un valore davvero inviolabile.
Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

Stefano Rodotà (1933-2017) è stato professore emerito di Diritto civile all’Università di Roma “La Sapienza”. Ha insegnato in molte università straniere ed è stato parlamentare in Italia e in Europa. È stato presidente del Garante per la protezione dei dati personali e del Gruppo europeo dei Garanti per la privacy, ha fatto parte del Gruppo europeo per l’etica delle scienze e delle nuove tecnologie. È tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Tra le sue opere recenti: Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata (il Mulino, nuova ed. 1990), Tecnologie e diritti (il Mulino, 1995), Libertà e diritti in Italia dall’Unità ai giorni nostri (Donzelli, 1997), Repertorio di fine secolo (Laterza, nuova ed. 1999), Tecnopolitica (Laterza, nuova ed. 2004), Le fonti di integrazione del contratto (Giuffrè, nuova ed. 2004), Intervista su privacy e libertà (Laterza, 2005), Perché laico (Laterza, 2009), Che cos’è il corpo? (Luca Sossella Editore, 2010), Diritti e libertà nella storia d’Italia. Conquiste e conflitti 1861-2011 (Donzelli, 2011), Elogio del moralismo (Laterza, 2011), Il diritto di avere diritti (Laterza, 2012), La rivoluzione della dignità (La scuola di Pitagora, 2013). Con Feltrinelli ha pubblicato La vita e le regole. Tra diritto e non diritto (2006) e ha scritto la prefazione a La società sorvegliata (2002) di David Lyon e a La fecondazione proibita (2004) di Chiara Valentini.

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