Quando finì la prima stagione di ‟Otto e mezzo”, nel 2002, Giuliano Ferrara si vantò per iscritto di avermi preso a schiaffi un anno di fila. Naturalmente non era vero, sapeva benissimo di non avermi preso a schiaffi un anno di fila, neanche metaforici. La trasmissione veniva seguita assai più per lo spirito curioso del suo approfondimento giornalistico che non per le nostre gag. Dunque si trattava solo di uno dei frequenti moti di collera in cui l’eccedere gradasso deturpa il talento di Giuliano. Un difetto sopportabilissimo, se assunto a piccole dosi. Ma siccome ‟Vanity Fair” mi chiede di spiegare alla comunità dei nostri lettori il perché di una separazione così repentina da Giuliano Ferrara, a poche settimane dall’inizio della nuova serie di ‟Otto e mezzo” su La7, benché la notizia non appaia di grande rilievo, provo a riflettere con voi sul come e il perché uno va davanti alla telecamera. Oltretutto a cinquant’anni, dopo che lo fa a intermittenza da quindici, e dunque le pulsioni narcisistiche dovrebbe averle sedate già da un po’. Con Giuliano era interessante. Per intenderci, ammesso e non concesso che loro fossero disponibili, non mi verrebbe mai in mente di pensare una trasmissione in coppia con altri giornalisti classificati nel centrodestra italiano (lasciamo stare i nomi). Con Giuliano c’erano (e restano) passioni e curiosità comuni, con quel tanto di snobismo – odioso, temo, per molti spettatori. La verità su ‟Otto e mezzo”, ovvero: perché ‟divorzio” dal mio ‟amico” Giuliano Ferrara derivante dal fatto che possiamo entrambi permetterci parecchia indisciplina rispetto allo schieramento in cui siamo collocati. Insomma, direte voi, schiaffi o non schiaffi c’è amicizia, complicità: e allora perché non lavorate più insieme? In proposito mi ha aperto gli occhi l’estate scorsa un caro amico comune. Gli raccontavo la prossima ripresa del lavoro insieme a Ferrara, i tanti nuovi interessi comuni sugli interrogativi dell’etica e della religione. Sarà dura confrontarsi, dicevo, ma funzionerà perché io e Giuliano ci vogliamo bene… Qui l’amico mi ha interrotto: ‟Smettetela tutti e due con questa bugia dell’amicizia fra voi. Io vedo una gran voglia di menare le mani, di dimostrare l’uno all’altro chi ce l’ha più duro”. È andata proprio così, con l’incontinenza verbale dettata da ansia di prevalere a sovrastare due o tre volte di troppo l’approfondimento giornalistico. Dando luogo a momenti poco dignitosi per noi. Talvolta addirittura verbalmente violenti nei confronti degli ospiti ‟sgraditi”. Comunque motivo di disagio per un pubblico che se ne accorgeva benissimo: assistere a una lite ti lascia sempre un fondo di malessere, anche se t’illudi di trarne divertimento. Dunque non amicizia ma inimicizia. Non complicità ma slealtà. Dialogare e costruire qualcosa insieme richiede fatica: una buona lezione per due come noi, che sinceramente dichiariamo stima e affetto reciproci, ma così, un po’ a distanza. A piccole dosi, appunto. Perché l’amicizia è fatta di comportamenti, di disponibilità a mettersi in discussione rinunciando a una parte del sé. La prepotenza e l’incontinenza verbale scattano invece, magari contro la stessa volontà di chi se ne rende protagonista, proprio per l’impossibilità di acquisire una tale necessaria saggezza. E allora meglio smettere alle prime avvisaglie. Tanto i dirigenti di La7, loro sì armati di santa pazienza, lo sanno che io e Giuliano continueremo a fornire informazione critica incrociando le nostre esperienze, tra ‟Otto e mezzo” e ‟L’Infedele”. Avrete capito che in questa separazione consensuale la politica non c’entra nulla. Semmai c’entra una certa qual rispettabile confusione mentale del mio interlocutore, in ricerca intellettuale sul fronte dei signifi cati ultimi della vita. Non lo appassiona più molto menare schiaffi verbali, ma lo inorridisce ancor più l’idea di passare per mansueto. Giungerà infi ne l’appagamento dell’ego? Lo auguro a lui e a me.
Gad Lerner

Gad Lerner

Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica che ha dovuto lasciare il Libano dopo soli tre anni, trasferendosi a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Le sue ultime trasmissioni d’inchiesta sono “Operai” e Ricchi e poveri. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010) e Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009) e Concetta. Una storia operaia (2017).

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