Dalla mia parte della barricata ci sono quattro milioni e trecentomila italiani capaci di usare le Primarie per dimostrare quanto vogliono contare nelle scelte della politica. E così, in men che non si dica, ottengono la resurrezione della lista unitaria dell’Ulivo alla Camera dei Deputati, già seppellita dalle oligarchie del centrosinistra. Ne dovremo riparlare, perché abbiamo vissuto un protagonismo di massa del tutto imprevisto da un ceto politico e giornalistico obnubilato dal cinismo, incredulo di qualsivoglia partecipazione popolare al riassetto dei poteri. Ma è dall’altra parte della barricata che abbiamo visto giganteggiare nelle stesse ore un uomo solo al comando. Ancora, sempre lui, Silvio Berlusconi. Impegnato in uno sforzo al tempo stesso titanico e disperato che affronta però con una determinazione furiosa che non può non suscitare ammirazione pure fra gli avversari. Li ha messi di nuovo tutti in fila, i suoi proci. Il partito di Follini neanche più si ricorda di aver sopportato a lungo quel segretario frondista. Quanto al partito di Fini, lo troviamo ammutolito e disciplinato nell’ennesima giravolta di linea imposta dal suo sdoganatore, di cui Gianfranco figura garzone mansueto. La Lega di Bossi invece alza sempre la voce, ma solo per ripetere che Berlusconi è l’unico leader possibile nel centrodestra italiano. Come darle torto? Nei giorni in cui la Camera votava la riforma proporzionale del sistema elettorale, era stupefacente riscontrare la disciplina con cui il presidente del Consiglio è riuscito a far sì che decine, se non centinaia di parlamentari si schierassero compattamente contro il proprio tornaconto personale: mi riferisco ai deputati del centrodestra che oggi dispongono di un collegio elettorale sicuro e che invece col nuovo sistema verranno rieletti solo se i vertici del loro partito decideranno di candidarli e di piazzarli bene in lista. Solo una leadership molto determinata e riconosciuta può dare luogo a un tale fenomeno ai limiti dell’autolesionismo. Lo stesso, Berlusconi chiederà (e otterrà) dai parlamentari di Udc e An in materia di ‟devolution”, da approvare entro novembre in un abile incastro con la legge elettorale per evitare la rivolta dei leghisti. I quali a loro volta, nonostante le pulsioni tutt’altro che garantiste del loro elettorato, si adegueranno a votare la legge che facilita le prescrizioni (ex Cirielli) soprattutto in materia di corruzione politica e giudiziaria. Non mi stupirebbe affatto che sullo slancio di questo finale di legislatura Berlusconi riuscisse a far digerire agli alleati pure l’abolizione della ‟par condicio”. Perché dovrebbero regalare un tale privilegio a Forza Italia e al proprietario delle tv private, vi chiederete? Semplice, lui li ha di nuovo convinti tutti, a ragione o a torto, di non avere alcuna chance di sopravvivenza se non al riparo della sua forza carismatica e finanziaria. Così la furia disperata di Berlusconi assume connotati quasi eroici, sprigiona un’energia inaspettata, lo ricolloca ben al di sopra degli alleati che ormai non osano più nemmeno tendergli tranelli. Sarà pure forza della disperazione la sua, ma intanto è l’elemento della forza a dispiegarsi. Nel disdegno dei soliti consiglieri intelligentoni che gli avevano raccomandato di ritirarsi dalla competizione e di non cambiarne le regole del gioco. Figuriamoci. Berlusconi se li mangia tutti, gli intelligentoni, che dopo averlo scoraggiato sono già lì di nuovo che lo applaudono. Nel fi lotto delle quattro leggi da approvare una dopo l’altra al termine della legislatura, c’è solo un punto debole su cui diffi cilmente il premier può riuscire a intervenire. In passato vinceva convincendo gli italiani che lui agiva, sì certo, a difesa dei propri interessi; e però i suoi interessi coincidevano con quelli del pubblico che lo ammirava. Oggi farà più fatica a convincere l’Italia profonda di avere nel cassetto un nuovo sogno buono anche per lei, oltre che per se stesso. E allora la stessa insopportabile alluvione di spot pubblicitari – in caso di abolizione della ‟par condicio” potrebbe trasformarsi nel più clamoroso degli autogol. Ma intanto onore al combattente Berlusconi, vero leader circondato da alleati modesti e consiglieri senza palle.
Gad Lerner

Gad Lerner

Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica che ha dovuto lasciare il Libano dopo soli tre anni, trasferendosi a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Le sue ultime trasmissioni d’inchiesta sono “Operai” e Ricchi e poveri. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010) e Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009) e Concetta. Una storia operaia (2017).

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