Il regime mediatico instaurato da Silvio Berlusconi un po’ con la forza (carriere brutalmente stroncate, centinaia di querele miliardarie contro i pochi che hanno osato tenergli testa) e un po’ con l’intimidazione, sta raggiungendo il suo risultato più pieno in queste ore. Un rapporto internazionale (‟The Economist”, 26 novembre), duro e senza salvezza, contro il primo ministro italiano, nei media del nostro Paese si è trasformato come segue.
Primo. Non circola alcun testo tradotto, in modo che non si abbia notizia delle dieci accuse e della tabella riassuntiva di processi e reati di Berlusconi.
Secondo. Omissione completa dello screditamento e della confutazione di ciascuna delle mosse difensive tentate fino ad ora da Berlusconi, dall’avere accusato l’euro di essere causa della crisi economica all’avere messo preventivamente in pericolo la stabilità di futuri governi imponendo l’approvazione di una bizzarra legge elettorale.
Terzo. L’enormità delle accuse rivolte contro Berlusconi e l’elenco dei gravi danni arrecati dal suo governo all’Italia (elenco che nessuna fonte mediatica italiana ha pubblicato) fa comprensibilmente dubitare gli autori del rapporto-denuncia sulla situazione del nostro Paese che persino Prodi e un possibile nuovo diverso governo possano porvi rimedio. La notizia è diventata che, secondo l’allarmato rapporto internazionale di cui stiamo parlando, Berlusconi e Prodi sono alla pari, accomunati nello stesso giudizio negativo. Si tratta di un falso clamoroso, però accreditato o assecondato o implicato da riferimenti o commenti sempre privi del testo originale.
Basta leggere con pazienza, pena e attenzione le molte pagine e i molti argomenti dedicati da ‟The Economist” all’Italia di Berlusconi.
Basta leggerle per capire che l’immagine del nostro Paese non è mai stata tanto rovinata. Il settimanale finanziario inglese non si limita alle cifre e ai dati del disastro, che argomenta senza possibilità di contraddizione. Aggiunge due quadri. In uno si vede Berlusconi. Domina la domanda: la responsabilità è sua? Chi ha scritto gli articoli pazientemente registra attenuanti, gli accumuli di circostanze negative nel passato. Ma dal principio (l’‟Economist” ricorda la sua copertina col titolo ‟Può Berlusconi governare l’Italia?”) alla conclusione rafforzata dalla tabella degli imbarazzanti processi subiti da Berlusconi e dalle condanne toccate ai suoi due amici e collaboratori più stretti di tutta una vita, Previti e Dell’Utri, tutto il testo dell’inchiesta è un clamoroso e incondizionato giudizio negativo. ‟Avevamo ragione - dice ‟The Economist” - Berlusconi non può governare l’Italia”. Gli solleva contro l’argomento di cui Berlusconi si vanta, la durata del suo governo. L’‟Economist” lo vede come un danno in più toccato al Paese, come una malattia che rifiuta di andarsene, nonostante l’alto dosaggio di voti negativi ripetutamente ricevuto ad ogni consultazione democratica del Paese negli ultimi anni.
Nel secondo quadro si vede l’Italia. L’analisi che viene dedicata al nostro Paese è particolarmente umiliante perché concede al primo ministro, ritenuto primo responsabile di un governo rovinoso, tutte le ragioni che Berlusconi o un suo difensore (se ce ne fossero ancora) avrebbero potuto invocare. Riconosce che il debito italiano è enorme, che la storia della spesa pubblica italiana non è esemplare, accetta di considerare il problema del passaggio dalla lira all’euro come causa di temporaneo disordine dei prezzi. Ma anche perché, con l’ingresso dell’Italia nell’euro, la tradizionale scorciatoia di salvataggio che è stata tante volte usata, la svalutazione della lira, è venuta a mancare.
E giudica oggettivamente difficili le riforme in un Paese segnato da contrapposizioni dure, anche di natura corporativa e sindacale.
Il fatto è che la condanna di Berlusconi non viene da una visione sociale solidaristica e di sinistra, ma da un implacabile giudizio negativo del mondo a cui Berlusconi, e i suoi affiliati, sostengono di appartenere. Infatti il rapporto inglese sull’Italia smonta uno per uno ogni argomento ‟visto da destra”, che viene di solito usato dalle reti unificate della propaganda berlusconiana per dare la colpa ai comunisti. Dei comunisti non c’è traccia nel rapporto dell’”Economist”. Ci sono invece, ben chiare, le impronte dei processi, della illegalità, delle leggi ad personam, della cascata di condoni, delle assoluzioni per ‟prescrizione”, delle specifiche misure approvate per estrarre il primo ministro dai suoi personali guai giudiziari.
C’è anche un ‟profilo imprenditoriale” di Berlusconi che è tra i passaggi più duri della requisitoria: ‟un monopolista che si è sempre affermato al di fuori della concorrenza e all’interno di un sistema di protezioni” che, una volta passato dagli affari al governo, è stato un capo di governo a stretta immagine e somiglianza del capo di impresa: nessuna trasparenza e un cumulo di vantaggi e convenienze e protezioni speciali create solo per lui.
Non si pensi a una cascata di moralismo. Gli autori del rapporto sanno benissimo che il mondo della politica non è fatto di angeli e di altruisti. Ma analizzano il lavoro legislativo dell’epoca Berlusconi e concludono che si è trattato di un immenso spreco di risorse e di tempo perché il grosso del lavoro parlamentare riguarda modifiche che interessano la persona e gli affari del primo ministro e non il Paese.
I punti fondamentali su cui l’analisi dell’‟Economist” si fonda sono i seguenti. Il Paese Italia può precipitare in una recessione di tipo argentino. L’Italia compare nella classifica della competizione mondiale in un ‟quarantasettesimo” posto subito sopra il Botswana. Il costo della vita ha subìto impennate che non hanno nulla a che fare con l’euro ma piuttosto con la responsabilità di un governo che, mentre governava attentamente i propri interessi giudiziari o privati, non ha badato alla corsa libera e arbitraria dei prezzi. Le infrastrutture sono tra le più fragili e invecchiate d’Europa, anzi, senza dubbio, le peggiori dell’Unione europea. Le Università italiane sono in una condizione penosa e al di sotto di ogni confronto internazionale. L’evasione fiscale è alle stelle. Soltanto il 57 per cento degli italiani è al lavoro, contro il 70 per cento dell’Inghilterra.
La coalizione di governo, di cui viene spesso vantata la compattezza, è una rete di interessi divergenti che si compongono solo con compromessi pesanti a carico del Paese. L’‟Economist” non manca di notare che l’Italia aveva trovato un punto di arresto del rischio di frammentazione politica e di ricatto dei piccoli partiti con il sistema semi-maggioritario voluto dai cittadini con il referendum Segni. Ma adesso una nuova legge elettorale nega anche i modesti progressi di stabilità ottenuti con una pur imperfetta legge maggioritaria e torna a spingere l’Italia verso un sistema destinato a produrre frammentazione e ingovernabilità.
Il senso dell’articolo si riassume in questa domanda fondamentale: è possibile che un solo governo nelle mani di un solo uomo che controlla un solo sistema di informazioni e domina un apparato legislativo che non ha fatto che servirlo, possa provocare, da solo, un simile danno? La risposta è sì, e al settimanale finanziario inglese non resta che ricordare (insieme con la tabella di tutti i processi subiti e in corso, di Silvio Berlusconi) le 23 domande proposte al premier italiano nel 2003 e restate sempre senza risposta.
Come si vede, nulla, nell’esame sullo stato dell’Italia proposto dalla più autorevole pubblicazione economica del mondo, coincide con il sistema di notizie quotidianamente diffuso dalle reti mediatiche di Berlusconi. Non avete ascoltato una sola parola, nei media italiani, di ciò che gli Economisti inglesi ci mandano a dire in questa documentatissima analisi. Ricorderete che quando Romano Prodi ha sollevato in passato questi argomenti e proposto le stesse accuse, e annunciato con allarme lo stesso rischio di esito disastroso, il sistema di regime mediatico ha sempre provveduto a mandare in onda e in pagina i volti o le voci di alcuni personaggi fissi il cui compito era di scuotere la testa con compatimento e di assicurare che, se c’era un problema, era quello di una deriva ‟zapaterista” di Prodi.
Potrà essere utile - per confermare che il nostro disastro economico si accompagna al disastro mediatico - che la maggior parte delle firme autorevoli del giornalismo italiano passa il tempo a interrogarsi con preoccupazione sul programma dell’Unione, l’armonia dei partiti di sinistra e la guida di Prodi, mentre gli analisti inglesi scrivono dell’Italia di Berlusconi quello che scrivono.
Mentre Berlusconi arruola il fascismo più schietto e privo di pentimenti per la sua prossima campagna elettorale, numerosi editorialisti continuano a chiedersi, ansiosi, se il pericolo comunista sia ancora in agguato. E discutono sul probabile ‟ricatto” di Bertinotti che, senza dubbio, tenterà di ridurre Prodi a una specie di Trotzkij. E ciò proprio nei giorni in cui Camera e Senato italiani, debitamente orchestrati, mandano alla firma del Presidente della Repubblica una squallida e pericolosa legge, frutto di un ricatto della parte inferiore della vita politica italiana (la Lega Nord) la legge detta ‟devolution” che spacca l’Italia, come ci ricorda il Presidente emerito della Repubblica Scalfaro.
Ma attenzione. Questa inchiesta clamorosa che inchioda il Paese alla più grande umiliazione del dopoguerra e annuncia un pericolo grave ed imminente, viene volentieri rappresentata a rovescio. E’ un trucco già messo in opera da giorni, da quando sono uscite le prime anticipazioni di questo pessimo ritratto internazionale dell’Italia governata da Silvio Berlusconi. ‟The Economist” propone il dubbio: in queste condizioni può farcela Romano Prodi, nel caso ormai probabile di una vittoria dell’Unione? La legittima perplessità del settimanale inglese è stata subito spiegata dai funzionari mediatici italiani in questo modo: il mondo economico anglosassone non vede alcuna differenza fra Prodi e Berlusconi. Non ha fiducia né nell’uno né nell’altro. Scorrete attentamente, argomento per argomento, le pagine da 13 a 15 del testo inglese e vi rendete conto che tale interpretazione è un falso. Un falso di regime, accreditato però in tanti modi, per esempio utilizzandolo per inquadrare i titoli, i commenti, le interviste.
Nella requisitoria davvero spietata contro Berlusconi e coloro che lo hanno servito, non c’è una frase, espressione o parola che esprima opinione negativa sulla persona di Romano Prodi o anche solo una sospensione di giudizio. I dubbi nei confronti dell’Unione e della sua eventuale vittoria (che lo stesso settimanale inglese sembra dare per scontata, dato che è difficile da immaginare un voto per Berlusconi) si dividono in due gruppi. Nel primo gruppo ci sono le tipiche riserve della visione rigorosamente di mercato dell’‟Economist”.
La domanda è se la coalizione dell’Unione saprà essere liberista quanto basta per porre rimedio al disastro. Naturalmente - come dimostrano la situazione politica tedesca, quella francese e anche quella inglese (con il vivacissimo dibattito interno tra il laburismo storico del solidarismo sociale e il ‟nuovo laburismo” liberista di Tony Blair) - il rimedio esclusivo del mercato non è che una delle strade. E’ naturale che stia a cuore all’”Economist”.
Ben più pesante è il secondo gruppo di dubbi. Indicano, senza mezzi termini, i pericoli italiani nella nuova legge elettorale fatta apposta per frantumare, nella totale mancanza di ricerca scientifica, nella difficoltà di fare accettare misure impopolari dopo il crollo di fiducia creato fra i cittadini dal governo delle leggi ad personam, dei condoni e degli omessi controlli fiscali. E’ importante notare la seguente affermazione conclusiva, che purtroppo non è arrivata alla gran parte dei lettori e degli spettatori italiani: ‟Un’ultima eredità negativa del governo di Berlusconi è la svalutazione di ogni valore civico e morale. Quando un primo ministro attacca i magistrati del suo Paese come cospiratori comunisti, fa votare leggi a suo personale favore, e ignora ogni attività di controllo sulla situazione fiscale, manda un messaggio che dice: non ci sono regole, e non preoccupatevi di osservarle”.
Ecco la lapide più tremenda sull’Italia in cui viviamo e sul governo di questa Italia. Certo, la sfida è pesante, tanto più che, dopo aver chiuso porte e finestre alla libertà d’informazione, Berlusconi si prepara a varare una nuova legge a sua protezione e contro i cittadini, quella che abolisce la ‟par condicio”, ovvero il minimo di libertà che resta per confutare il suo regime mediatico e l’azione immensa di intimidazione esercitata anche su coloro che non lo servono ma sono indotti a tacere o a parlare d’altro.
Il pericolo è grande, al punto da far dubitare seri osservatori internazionali che la situazione, anche nelle mani di persone perbene, possa ritornare ad un livello normale di civiltà. Tocca ai cittadini, agli elettori italiani dare la risposta con il voto. Sarà anche una risposta di orgoglio nazionale. E’ da quel momento che - per usare la frase preferita di Prodi - ‟potrà ripartire l’Italia”.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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