Il futuro del Protocollo di Kyoto - e, in larga misura, del pianeta - si gioca nei prossimi 12 giorni a Montreal, in Canada, dove ieri è cominciata una nuova conferenza delle Nazioni unite sul clima. Partecipano i quasi 190 governi firmatari della Convenzione delle Nazioni unite sul clima. Ed è la prima conferenza da quando, nel febbraio di quest'anno, è entrato in vigore il primo trattato internazionale vincolante sul clima, il Protocollo di Kyoto appunto: obbliga 35 paesi industrializzati a ridurre le emissioni di anidride carbonica e altri gas ‟di serra” del 5,2% in media entro il 2012 (senza gli Stati uniti però, che pure producono un quarto delle emissioni mondiali di anidride carbonica). La conferenza di Montreal farà dunque un primo bilancio dell'applicazione del Protocollo, discuterà come rispettare gli impegni presi (compresi i meccanismi di compensazione, il ‟commercio di emissioni”, e il trasferimento di tecnologie pulite a paesi in via di sviluppo). E sarà la sede per decidere quali nuove misure adottare a partire dal 2012, incluso come associate grandi paesi come Cina, India o Brasile, destinati ad aumentare i consumi d'energia (uno degli argomenti dell'amministrazione Bush contro Kyoto era che non impone obblighi futuri ai grandi paesi in via di sviluppo).
Il confronto si annuncia difficile, per usare un eufemismo. Eppure, pochi ormai negano che il clima stia cambiando, e che la causa principale sia la concentrazione abnorme di gas di serra prodotti da attività umane (il consumo di combustibili fossili come petrolio o carbone). Gli studi scientifici sono numerosi. Le conseguenze del cambiamento del clima sono già in parte visibili, e infatti all'ordine del giorno a Montreal sono anche le ‟misure per mitigare” i disastri a venire.
Sul clima è aperta una battaglia che riflette lo stato delle relazioni geopolitiche mondiali.
Le posizioni di partenza: il Canada, che ospita la conferenza (ed è uno dei paesi del Protocollo di Kyoto), cerca una formula per riportare a impegni comuni gli Stati uniti, gli altri paesi industrializzati, e i paesi in via di sviluppo. Il governo britannico, che negozia a nome dell'Unione europea di cui ha la presidenza di turno, dice di voler usare Montreal per dimostrare che gli impegni obbligatori sono necessari.
Washington ha già fatto sapere che non seguirà la proposta canadese, e in ogni caso non accetterà nulla che preveda impegni obbligatori: ‟Non ne abbiamo bisogno”, ha detto ieri il consigliere ambientale del presidente George Bush, James Connaughton, ‟molte delle iniziative più efficaci [per tagliare le emissioni di gas] sono state prese al di fuori del trattato” di Kyoto. L'amministrazione Bush sostiene il modello degli ‟accordi volontari”.
Gli Stati uniti perseguono, sul clima come su ogni altro nodo della politica internazionale, la via degli accordi bilaterali o tra gruppi di paesi - magari dopo aver svuotato i trattati multilaterali negoziati nell'ambito delle Nazioni unite. Così Washington ha cercato di creare un ‟concorrente” a Kyoto: la ‟partnership Asia-Pacifico sul clima”, firmata l'estate scorsa con Australia, Corea del Sud, Giappone, Cina e India. Il gruppo però ha rinviato a gennaio un suo vertice previsto in novembre, dunque per ora la palla resta alle Nazioni unite.
Le organizzazioni ambientaliste presenti a Montreal insistono che sforzarsi di riportare a bordo gli Usa è vano: ‟L'unica cosa che non possiamo permettere è che questa amministrazione Usa tenga il resto del mondo in ostaggio mentre vanno avanti a parlare di misure volontarie”, ha detto ieri alla Bbc Steve Sawyer, di Greenpeace internazionale.
Una rete di gruppi ambientalisti, su iniziativa del Climate Action Network Canada, ha pubblicato una ‟Dichiarazione sulla giustizia del Clima al summit di Montreal”: chiede ai cittadini di chiamare i rispettivi governi a rendere conto di come applicano (o non applicano) il Protocollo di Kyoto. Ed è chiaro che i ‟paesi Kyoto” devono fare ben di più per tenere fede all'impegno preso. Ieri il segretariato della Convenzione Onu sul clima ha pubblicato i dati forniti dai 190 aderenti alla Convenzione sulle emissioni di gas di serra (Key Ghg Data). Risulta che i paesi industrializzati, nell'insieme, hanno sì ridotto le emissioni: ma è la riduzione avuta nei primi anni `90 in Europa centrale e orientale, cioè l'effetto della deindustrializzazione seguita al crollo dell'Urss. Negli ultimi anni invece le emissioni sono stabili, con tendenza all'aumento. Il Protocollo di Kyoto non basta, per invertire la tendenza al cambiamento del clima: ma se non sarà rispettato è difficile pensare a misure più drastiche in futuro.
Così sostiene la Dichiarazione sulla giustizia del clima: se Kyoto non sarà seguito da misure più forti per ridurre le emissioni di gas di serra, ‟non potremo evitare il probabile - e terribile - impatto del riscaldamento, come la minaccia all'approvvigionamento d'acqua e alla produzione alimentare, l'aumento di siccità e di alluvioni, la massiccia perdita di specie ed ecosistemi vulnerabili, l'innalzamento del livello dei mari”. Per sabato 3 dicembre hanno indetto una ‟giornata mondiale d'azione sul clima”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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