Dietro il dibattito sul ruolo dei consiglieri indipendenti, innescato dalla lettera di protesta inviata dagli 11 di Telecom Italia a Romano Prodi, si è aperta una meno visibile ma più concreta battaglia politica su quanto le Autorità debbano mordere i polpacci agli ex monopolisti. Scrivono gli 11: ‟Si sta aprendo ora una fase nuova, guidata dagli Usa, per cui si assiste a un graduale allentamento dei vincoli regolatori sugli incumbents al fine di favorire l' investimento e l' innovazione”. E ancora: ‟Qualsiasi segnale che il quadro regolatorio si potrebbe muovere in Italia in controtendenza rispetto all’Europa e agli Usa sarebbe interpretato negativamente dai mercati”. Prodi, che, da ex presidente dell’Iri, conosce le telecomunicazioni quanto i suoi contraddittori, ha evidentemente altre opinioni sulla Telecom e sul suo ruolo propulsivo nell’economia italiana. Ed è per questo che la lettera dei consiglieri indipendenti è stata preceduta, il giorno stesso delle dichiarazioni contestate, da una lunga telefonata di Marco Tronchetti Provera al leader dell’Unione. Il confronto non è accademico. Lottizzata nelle nomine e dotata di risorse molto inferiori rispetto alla consorella inglese, l’Agcom (Autorità delle Comunicazioni) non ha vita facilissima, se si pensa che fatica a trovare i revisori per certificare la contabilità regolatoria di Telecom: la prima gara per sostituire Kpmg, giunta a fine mandato, è andata deserta, solo dopo un anno è arrivato il sostituto, e così l’ultimo bilancio regolatorio pubblicato risale al 2001. L’Agcom, tuttavia, sta prendendo importanti decisioni. Per esempio, la riduzione del costo del capitale impiegato nella rete d’accesso e di trasporto, che viene remunerato nelle tariffe per l’uso della rete da parte della stessa Telecom e dei concorrenti, e l’aggiornamento dell’affitto delle linee a carico dei nuovi entranti, il cosiddetto unbundling. Oggi il costo del capitale al lordo delle imposte è pari al 13,5%, un valore stabilito nel 2001 sulla base di una composizione teorica del capitale divisa tra azioni (80%) e debiti (20%). In Europa si viaggia sul 10%. Il capitale così valorizzato, oltre 10 miliardi, rappresenta ovviamente il grosso dei mezzi impiegati sul piano industriale. L’affitto di una linea sulla quale offrire servizi propri alla clientela costa al concorrente 8,3 euro al mese che vengono versati a Telecom Italia, proprietaria della rete. Telecom ritiene che la cifra debba essere portata a 10-11 euro per il prossimo triennio, ma all’Antitrust si era detta disposta a scendere per due anni a 7,5 euro come atto di buona volontà per evitare le sanzioni per abuso di posizione dominante, annullate peraltro dal Tar del Lazio e ora all’esame del Consiglio di Stato. Con un voto a maggioranza, l’Agcom ha fatto propria l’offerta biennale di Telecom all’Autorità consorella e ha fissato in 7,8 euro l’affitto per il 2007. In queste e altre aride contrattazioni si manifesta la dialettica tra il regolatore e l’ex monopolista su quanto si possa aprire il mercato. Secondo le indiscrezioni sulla più recente contabilità regolatoria, i concorrenti hanno versato a Telecom non più di poche decine di milioni sugli oltre 3 miliardi di fatturato dell’accesso al cosiddetto ultimo miglio, che collega le centraline a uffici e abitazioni, e 2 miliardi su 7 per il trasporto. Ciò vuol dire che nella telefonia fissa Telecom non sta ancora subendo la sfida radicale sui servizi, ma solo quella superficiale sui prezzi. Dare certezza di tariffe stabili e decrescenti sull’accesso, nella logica dell’Agcom, favorisce l’investimento dei "nuovi" in reti proprietarie che si estendono fino all’ultimo miglio (monopolio naturale) e rappresentano la base di una concorrenza piena, la quale avrebbe per Telecom l’effetto di aumentare (fatalmente di poco) i ricavi da accesso e di ridurre (forse di molto) i ricavi da trasporto. Il tutto a costi sostanzialmente invariati. Dopo la liberalizzazione, la politica della concorrenza si fa compiendo scelte che incidono sui guadagni. Non per caso la stessa Agcom si spacca tra propugnatori della concorrenza e sostenitori delle ragioni dell’incumbent.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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