Non è affatto scontato che la Conferenza delle Nazioni unite sul clima, in corso a Montreal, riesca a rilanciare i negoziati multilaterali su quanto e come ridurre le emissioni di anidride carbonica e altri gas ‟di serra” che riscaldano l'atmosfera terrestre. Una cosa però l'hanno già realizzata, i negoziati sul clima: hanno messo in moto un mercato da milioni di euro, e presto saranno miliardi. Si tratta della compra-vendita dei ‟permessi” di emissione di anidride carbonica e altri gas ‟di serra”. Come i Clean Development Mechanism, ‟meccanismi di sviluppo pulito”. Pochi giorni fa l'azienda energetica spagnola Endesa ha lanciato in Brasile la prima borsa ‟privata” (gestito da un'azienda) di acquisto e vendita di ‟Certificati di riduzione di emissioni”, Erc. In altri termini, Endesa compra i certificati messi in vendita da aziende brasiliane (o altre: si parla di acquisti in Cina e India), e li rivende alle aziende di paesi industrializzati. Il meccanismo dei ‟certificati di emissione” è semplice, in teoria: 35 paesi industrializzati (meno gli Stati uniti e l'Australia, che ne sono usciti) devono, per rispettare il Protocollo di Kyoto, ridurre le loro emissioni di gas di serra di una quota stabilita paese per paese (nel complesso il 5,2% in media rispetto al 1990 entro il 2012). Dunque ogni paese ha un tetto di emissioni ammesse, e distribuisce questa ‟quota” tra le proprie aziende energetiche e industrie. Ogni azienda ha così il suo ‟tetto” di emissioni - ovvero, un certo numero di ‟permessi”, o certificati, di emissione (un certificato è una tonnellata di anidride carbonica). Se riesce a scendere sotto il suo tetto - perché innova le tecnologie e riduce i consumi di energia e dunque le emissioni per unità di prodotto - ha dei ‟certificati di emissione” da vendere. Se non rispetta il suo limite, può comprare dei ‟certificati” per rientrare. Una seconda fonte di ‟certificati di emissione” sono quelli che derivano da progetti attuati in paesi in via di sviluppo, che non hanno obblighi vincolanti di riduzione delle emissioni secondo il Protocollo di Kyoto, ma avviano ‟progetti puliti, che riutilizzano gas [di serra] altrimenti scaricati nell'atmosfera”, secondo la definizione del Cmd, meccanismo di sviluppo pulito. Un esempio: il Brasile costruisce un impianto che riutilizza il metano risultante dalla decomposizione dei rifiuti in una discarica e ne fa energia elettrica: si calcola quanto metano recuperato e quanta anidride carbonica sarebbe stata emessa per produrre la stessa quantità di energia con una normale centrale termoelettrica a combustibili fossili; le emissioni ‟risparmiate” diventano certificati che il Brasile può rivendere. E' appunto questo che farà la Endesa. La multinazionale spagnola comprerà certificati da progetti che rientrino nei criteri approvati dal ‟meccanismo di commercio delle emissioni” dell'Unione europea (che esclude ad esempio le attività forestali e le grandi dighe idroelettriche). Per dare un'idea dell'affare, Endesa ha addestrato uno staff di 150 addetti ai Cmd del Protocollo di Kyoto, e conta di comprare 15 milioni di tonnellate di crediti di anidride carbonica da qui al 2012, per rivenderli in Europa (la notizia è riportata dal bollettino quotidiano Environment News Service). E il Brasile conta di incassare dalla vendita di certificati 3 miliardi di dollari all'anno. Dopo anni di negoziati per stabilire come quantificare le emissioni ‟risparmiate” e quali tipi di progetti siano accettabili, alla fine il meccanismo è avviato: alla voce Cmd l'apposito comitato dell'Onu ha registrato 39 progetti in circa un anno, l'ultimo il 28 novembre scorso (anche se pochi sembrano vere innovazioni tecnologiche: e dire che il trasferimento di tecnologie era uno degli scopi del Cmd). Attorno ai Cmd è sorto un apparato di agenzie di consulenza finanziaria e di borse. Ora, con Endesa sono entrate in campo anche le grandi aziende private - la multinazionale spagnola del resto ha ottime credenziali, ha ridotto le sue emissioni di CO2 del 27,5 % tra il 1990 e il 2004 raddoppiando la produzione di energia, e lo ha fatto tra l'altro con l' eolico. Il clima peggiora - ma gli affari decollano
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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