C'era una volta la "funzione avversaria", ovvero quell'atteggiamento, mentale e pratico, che caratterizza il giornalista e lo induce a considerare come suo più alto obbiettivo quello di controllare il potere, discutendone l'operato di fronte ai cittadini. "Funzione avversaria" è dunque una delle etichette che rimandano alla funzione di controllo democratico esercitata dall'informazione. A questa funzione allude anche l'altra etichetta equivalente di "quarto potere", cioè potere autonomo rispetto ai tre poteri nei quali la teoria classica della democrazia liberale, nata nel Settecento, risolveva il potere assoluto del sovrano ancien régime.
Questa funzione di controllo democratico oggi è in crisi dovunque. Come scrivono Giulietto Chiesa e Marcello Villari: "La bella favola della libera informazione, quella emersa dal secolo dei lumi, è finita. E' finita l'idea che in una società democratica debba esserci una voce libera, indipendente, in grado di sottoporre a controllo e a critica tutte le istituzioni della società, inclusi i poteri dell'economia".
Le ragioni sono generali: stanno nel blocco d'interessi che lega saldamente i giganti della comunicazione, proprietari di tv e giornali, al potere economico, con il potere politico sempre più ridotto ad appendice, come mostrano in modo emblematico figure quali quelle di Bush o Berlusconi. Se la crisi è generale, però, i suoi segni sono in Italia davvero acutissimi: secondo alcuni, anche più acuti che non altrove. Intendo mostrarlo con un esempio concreto. Poiché le parole sono importanti, prendiamo avvio dall'etichetta menzionata nel titolo: la tribuna politica, formato di trasmissione di approfondimento dell'Italia di alcuni decenni fa, il cui nome era tutto un programma. Poteva, nella sua concreta attuazione, esser gestita bene o male, ma il titolo rimandava di per sé al dibattito entro una tradizione democratica: tribuna, in senso moderno, è il palco su cui si svolge un dibattito pubblico. In origine, nella Roma antica, la tribuna era il palco da cui parlava il tribuno, in particolare il tribuno della plebe, magistrato eletto a rappresentare gli interessi e le rivendicazioni della plebe nei confronti del patriziato e dunque istanza di garanzia, sia pur labile ed entro un sistema certamente non democratico.
Ora, quale oggetto si propone (anzi, si impone) più direttamente all'attenzione della tribuna politica dei risultati elettorali? Ebbene, nell'Italia del 2005 la tribuna politica (televisiva, pubblica) non c'è più, né di nome né di fatto. C'è in sua vece alla RAI un giornalista cortigiano. Non nel senso, per carità, che tutti i giornalisti RAI lo siano. Ma certamente nel senso che la gestione RAI sempre più marcatamente con le ultime direzioni (Saccà, poi Cattaneo) attribuisce rilievo e spazi privilegiati a giornalisti di questo tipo, additandoli dunque al pubblico esterno come al personale dell'azienda come modelli di successo degni di emulazione.
Veniamo dunque al nostro esempio concreto. La sera di martedì 5 aprile 2005 la notizia d'apertura dei tg serali è la schiacciante vittoria (11 regioni contro 2) della coalizione di centro-sinistra nelle elezioni regionali. Il Tg 1 serale ne informa da studio, ma aggiungendo i servizi con passaggio in video dei personaggi coinvolti opera una scelta particolare: due sole interviste, indovinate a chi? Ai due soli presidenti di regione del centro-destra al governo usciti indenni dal passaggio elettorale: Formigoni in Lombardia e Galan nel Veneto. Dopo di che, sbrigato il tema in una manciata di minuti (quando i risultati elettorali sono di norma "coperti" ben più largamente dal tg), si passa ad altro.
Pazienza. Resta, per il cittadino-teleutente interessato, da sperare nei programmi di approfondimento a seguire. Se ne anticipa il contenuto, come d'uso, nella "finestra" conclusiva. E già qui una prima delusione. In seconda serata, "Porta a porta" non parlerà di politica: Vespa ha scelto di concentrarsi sulle prospettive per la successione al pontificato (papa Woityla è scomparso tre giorni prima). Scelta discutibile, perché il tema elezioni è cronologicamente puntuale (i risultati arrivano quel giorno, e quel giorno andrebbero discussi) mentre la successione al pontificato è procedura che occupa, anche in casi di soluzione rapida come l'ultimo, diverse settimane. Persa l'occasione di "Porta a porta", resta però il breve programma in coda al Tg 1, quel "Batti e ribatti" che, dopo la parentesi grottesca di "Max e Tux" sostituisce "Il fatto" di Enzo Biagi, campione di ascolti fra il gennaio 1995 e l'estate del 2002 e poi soppresso in seguito all'indicazione esplicita di Silvio Berlusconi nel discorso in Bulgaria all'indomani delle elezioni vittoriose del maggio 2001. Conduttore di "Batti e ribatti", dopo Pierluigi Battista tornato alla carta stampata, è Riccardo Berti. La sera del 5 aprile – annuncia dunque il Tg 1 in chiusura – a "Batti e ribatti" si parlerà – almeno qui, meno male – dei risultati elettorali.
Lo schema ricorrente del programma prevede una breve introduzione sul fatto del giorno, poi l'intervista a uno o più personaggi ed infine un tocco personale del conduttore. Questi infatti, in conclusione, dà di piglio ad un libro manifestamente antico traendone una dòtta citazione. Il rituale conclusivo deve evidentemente conferire un'aura di rispettabilità, di colta raffinatezza, persino di saggezza: forse si teme che tutto ciò non sia altrimenti evidente, nonostante le sopracciglia sempre pensosamente aggrottate del conduttore.
Stasera tocca al direttore de "Il Tempo" ed al vicedirettore del "Riformista" commentare i risultati elettorali. I pochi minuti dell'intervista parallela scorrono in fretta ed ecco il clou: la citazione. Un filosofo greco. Col ciglio pensoso d'ordinanza Berti declama: "Epìtteto diceva: ‘è sorte di re fare il bene ed essere denigrato’".
Fine della trasmissione.
Le parole sono importanti, s'è detto prima morettianamente. E qui lo si vede bene. Gli elettori non hanno (ri)votato per il centro-destra al governo. In democrazia, non si rielegge chi ha dato cattiva prova di sé, e la sede per discutere e maturare convinzioni al riguardo – così da poterle poi tradurre nel voto – è la pubblica, libera informazione. A "Batti e ribatti" non funziona così. Qui il riorientamento delle preferenze elettorali è equiparato – dietro il paravento della citazione – ad una "denigrazione" di chi ha "fatto il bene" e non è stato capito. Si leggono in controluce, nella citazione di Berti, le parole che spesso ripete Silvio Berlusconi, ad esempio nella conferenza stampa di fine anno trasmessa in diretta su Rai 1 il 20 dicembre 2003:
"Ma è difficile portare la croce e cantare insieme. Ecco, noi probabilmente non abbiamo fatto comunicazione abbastanza bene."
Il governo, insomma, ha lavorato bene: gli italiani, ingrati, non glielo riconoscono abbastanza. Spesso però il servo è più esplicito del padrone. Silvio Berlusconi dipinge le garanzie democratiche e l'equilibrio dei poteri come inutili orpelli, impedimento all'efficienza dell'"azienda Italia": ad esempio nella stessa conferenza stampa di fine 2003 chiedeva alla cronista di un giornale di opposizione se "non si vergogn[asse]" di scrivere per quella testata (ecco servito il quarto potere), e ripeteva inoltre sue note posizioni critiche circa la magistratura (il potere giudiziario) e circa le lungaggini dei lavori parlamentari (il potere legislativo). In questa visione resta, implicitamente, un potere solo. E Berti lo dice esplicitamente: "E' sorte di re".
In un sistema in cui le garanzie democratiche sull'informazione non siano carta straccia, non potrebbe accadere che nella tv pubblica, nella fascia di massimo ascolto, un programma di approfondimento politico sia assegnato a chi abbia in precendenza lavorato nell'ufficio stampa del primo ministro in carica. Può accadere questo in Italia? Giudichi chi sa quale fosse in precedenza l'occupazione di Riccardo Berti: e agli altri, soprattutto, si fornisca pubblicamente questa informazione. Certo, qualcuno ogni tanto ne parla: ma chi osa farlo non può, nell'Italia del governo Berlusconi, apparire in tv, terreno cruciale sul quale si gioca l'occultamento delle notizie scomode per la gran maggioranza d'italiani che ha appunto la televisione come unico mezzo d'informazione sull'attualità politica. Cito dunque dall'articolo di Marco Travaglio, L'Ordine dei Camerieri, della serie Bananas sull'‟Unità” del 3 aprile 2005 (consultabile al sito http://www.onemoreblog.org/archives/005568.html): «com'è noto Berti & Riberti proviene dall'ufficio stampa di Bellachioma».. A parte la deformazione satirica dei nomi, ecco il dato. E direi che non c'è bisogno di aggiungere altro.
O meglio, sì. Sarebbe bene che tutti in Italia, di qualsiasi convinzione politica, si rendessero conto che questo – non il caso specifico, ma il costume generale che lo rende possibile – è un grave problema civile, che va affrontato e risolto. Ne va della democrazia.
Michele Loporcaro

Michele Loporcaro

Michele Loporcaro (Roma 1963) è professore all'Università di Zurigo. È autore di numerosi saggi di linguistica, pubblicati in Italia e all'estero. Le sue monografie, specialistiche, portano titoli poco attraenti per il vasto pubblico, come Grammatica storica del dialetto di Altamura (Pisa 1988), L'origine del raddoppiamento fonosintattico. Saggio di fonologia diacronica romanza (Basilea-Tubinga 1997), Sintassi comparata dell'accordo participiale romanzo (Torino 1998).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>