Adesso che si è spezzato qualcosa nella resistenza del suo corpo, davvero ci si attenderebbe il silenzio rispettoso dei persecutori da telegiornale, quelli che hanno concentrato sul simbolo che la sua persona incarna un’avversità ideologica non facile da spiegare. E invece… Invece, di fronte al corpo spezzato del detenuto Adriano Sofri, anni 63, di cui gli ultimi nove trascorsi ininterrottamente da carcerato, ecco i persecutori che si mostrano d’un colpo magnanimi: ‟La situazione è cambiata, si può concedere la grazia”. Concetto degno di quei vili che scappano via dopo il misfatto fingendo di non averci nulla a che fare. E accanto a loro i compari più coerenti nel loro ‟devi morire” gladiatorio. Perché almeno ora non stanno zitti, di fronte al disagio evidente che la vicenda Sofri promana in tutta la sua sgradevolezza? È sgradevole, sì, la consapevolezza di avere giocato in con il dolore inflitto a una persona. Mostrando compiacimento per il fatto che almeno uno pagasse, alludendo ai suoi presunti privilegi carcerari, rivendicando che tramite lui si voleva sanzionare un’intera generazione di impuniti (i famosi reduci del ’68), enfatizzando l’irrinunciabile valore storico della sentenza che marchia ‟Lotta continua” come organizzazione assassina.
Contro questo muro di avversione, capace di tenere in scacco l’intero Parlamento e il governo italiano quando si faceva strada la temuta ipotesi della clemenza, si è infranta la vicenda personale di Adriano Sofri e di noi che gli vogliamo bene. Il suo corpo è diventato così oggetto di indiscrezione pubblica. La sua capacità di esprimersi sui giornali, motivo di stupore, ammirazione, invidia, rancore supplementare. Che l’Italia detenga in carcere nel 2005 uno dei suoi intellettuali più preziosi è faccenda cui ci siamo abituati senza scandalo. Sta antipatico, e tanto basta. Più precisamente, è colpevole anche a nome di noi che stiamo fuori a godercela immeritatamente (vero?).
Verrà il senno di poi, cioè il tempo in cui ci si vergognerà dell’accanimento su di una singola persona: troppo coerente per ingoiare la verità giudiziaria, troppo cocciuto per smetterla di scrivere. Verrà il momento della vergogna, ma sarà sempre troppo tardi. _
Gad Lerner

Gad Lerner

Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica che ha dovuto lasciare il Libano dopo soli tre anni, trasferendosi a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Le sue ultime trasmissioni d’inchiesta sono “Operai” e Ricchi e poveri. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010) e Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009) e Concetta. Una storia operaia (2017).

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