Nevica sui monti del Bresciano, i campanili merlati della Franciacorta, i capannoni, le vigne nude e le foglie gialle nel fango. ‟Era vent’anni che non ne veniva giù tanta”, brontola il falegname Carlo Battista Castellini, sessantun anni, da Bornato, frazione di Cazzago San Martino, aprendo il suo retrobottega coperto di trucioli. Sembra San Giuseppe. Si frega le mani grandi da orso, una falange amputata, segno del suo mestiere antico. I due figli sono al lavoro al bancone, la moglie è in casa al piano di sopra, come deve essere per ogni bravo artigiano lumbard. Ma il tesoro è nel seminterrato, oltre una porticina e una musica di zampogne. Una collezione di seicento presepi, con fondali e ambientazioni fatti da lui, minuziosi diorami sotto vetro, illuminati nel semibuio come piccole cripte. Un capolavoro italiano, visitato dagli appassionati di mezza Europa. Non è solo Storia Sacra, è un viaggio nel Paese profondo. La natività valdostana, con i Re Magi come gnomi, figurine tratte dai tumori degli alberi, escrescenze di radici che diventano spiriti del bosco. La cartapesta svolazzante sui manichini pugliesi in cotto; i volti magri di Giuseppe e Maria del presepe sardo fatto in sughero e ferula; le facce bronzee da solfatari dei figuranti siculi assiepati attorno alla mangiatoia; gli angeli sud-tirolesi in acero, pantografati al millimetro e coperti di lamina d’oro. E poi, la magnificenza della sacra rappresentazione napoletana, formicolante di nobili e plebei, miseria e nobiltà, aggrappata a strutture verticali e labirintiche come torte di meringhe. ‟Io sono solo uno dei tanti”, si schermisce il Castellini. Spiega che dal confine svizzero alle Calabrie il Paese pullula di associazioni presepistiche e amatori della Natività in miniatura. Mostra il suo secondo banco da lavoro, quello dove consuma la sua passionaccia fino a notte fonda. C’è polistirolo per i fondali rocciosi, gesso per le rifiniture, piantine secche di timo per gli alberi in miniatura, polvere di velluto bianco che diventa neve, fili tesi come pentagrammi divaricati per costruire l’inganno prospettico. Strumenti di una tradizione nata nel 1283 con Arnolfo Di Cambio, dopo la memorabile Natività vivente voluta da San Francesco. Arte italiana, al cento per cento. E difatti, appena esci dal perimetro della Romana Chiesa il presepe scompare o riduce il suo carattere scenografico. Nel cristianesimo d’oriente le statue non esistono, figurarsi le statuine; quello ortodosso è un mondo di icone, candele e penombre. La sacralità è bidimensionale, piatta, aurea, fuori dal tempo. ‟Il presepe è nato in occidente dopo lo scisma tra Roma e Bisanzio”, spiega il bergamasco don Romano Scalfi, esperto di Russia cristiana. ‟Ma il cristiano d’Oriente sarebbe comunque alieno a ogni rappresentazione patetica delle Scritture”. Il presepe come lo conosciamo è cattolico. Verso nord, nel mondo protestante, le cose cambiano. Fino in Alto Adige e in Baviera è ancora lo stesso, sovrappopolato, sfarzoso, svolazzante e pieno di ori. Ma basta arrivare nella Westfalia luterana e la raffigurazione si riduce alla sola Natività; severa, senza folle né orpelli, in nudo legno e senza colore. A nord vincono l’albero di Natale, la neve. Da nord scende Santa Claus, ibrido americano in rosso Coca-cola nato da Nicola di Bari, il santo più grande dei cristiani d’oriente. Ed ecco che il presepe mediterraneo diventa anche resistenza alle mode importate dall’Atlantico e da Oltralpe. Nevica anche sul "Museo del presepio" di Grembo (Bergamo), capostipite italiano di questo "revival", impiantato trent’anni fa accanto alle acciaierie Dalmine. Dietro gli imballaggi per le spedizioni natalizie, tra gli scaffali, c’è un librone alto quasi un metro. Lo ha scritto a mano - nel 1960 - tale don Cesare Ferretti, bresciano, cultore di presepi. Un tipo tosto, che non usava perifrasi. Per esempio: ‟Perché Babbo Natale è ritenuto l’anticristo dei bambini?”. Risposta: ‟Perché accoppa in loro l’ingenua fede cristiana, criminalmente si sostituisce a Gesù Bambino, e commercializza il Santo Natale”. E poi: ‟Che cos’è l’albero di Natale?”. Risposta: ‟è il mitologico albero di Hule, divinità pagana, riesumato e vestito a festa dai luterani. L’attuale mondo paganeggiante lo scimmiotta. Ed è provato che i bimbi lo disdegnano, checché ne dicano gli stenterelli di Santa Madre Chiesa”. Parole premonitrici: oggi il presepe riprende quota, crea coalizioni, associazioni, movimenti di pensiero. C’è una rinascita mondiale, trovi mercatini dal Cile alla Scandinavia. I modelli italiani sono i più richiesti; anche la Spagna emerge bene. Le associazioni e perfino i comuni rossi lo ordinano per i loro eventi prima ancora dei parroci. Lo invocano anche - povero don Ferretti - i centri commerciali per acchiappare clienti. A Pozzuolo Martesana (Milano) hanno costruito il presepe di cioccolato, tre tonnellate di materia prima e ventiquattro metri quadrati di superficie, ovviamente sponsorizzato. E poi c’è il feticismo modellistico, la ricerca maniacale dei materiali, la collezione di figure costosissime. Ormai si fa status symbol anche così. ‟Ce n’è di matti in giro - ride Lisetta Scarpellini, volontaria al museo - vengono già a febbraio in cerca degli ultimissimi effetti speciali per riprodurre la neve, la luce lunare oppure il fuoco acceso”. A Brembo si lavora a cottimo, contributi zero, riscaldamento al minimo, in un capannone troppo piccolo. Dentro, volontari entusiasti che spendono le serate e le ferie per impaccare pezzi e spedirli in mezzo mondo. Pensi: roba di sacrestia. E invece trovi una collezione mondiale di meraviglie. Ottocento composizioni uniche, diorami di cascine brembane d’inverno, re magi al galoppo scolpiti da contadini tirolesi, composizioni da Mozambico, Lituania, Perù, persino da Cuba, con la sacra famiglia in foglia di tabacco. Trovi San Giuseppe palestinesi con la kefiah, cattedrali polacche in carta di cioccolato, cammellieri del Mali pieni di mistica nobiltà. Vengono a vederli da tutta Europa. Appassionati a camionate. Anche Wojtyla ha spedito a Brembo un presepe come segno di riconoscimento. L’Italia ovviamente li ignora. Troppo indipendenti, farebbero ombra a qualcuno. Ma loro rigano dritto: gliel’ha insegnato don Giacomo Piazzoli, il fondatore buonanima, che ha tirato su generazioni di operai delle acciaierie costruendo presepi. Un’attività che poi era il modo più facile per insegnare un sacco di cose: catechismo, storia, geografia, abilità manuale, scenografia, teatro. ‟Stavamo a discutere fino a notte fonda sul colore da dare a una palma o sulla forma di una capanna” racconta Angelo Sorti, il decano del gruppo, operaio delle acciaierie in pensione. Ma se il presepe come portento, meraviglia e spettacolo è cosa italiana, la sua quintessenza coreografica è partenopea. è a Napoli che la Natività cessa di essere simbolo e rito, perde la severa ‟pietas” delle raffigurazioni rinascimentali, e diventa definitivamente palcoscenico corale. Ci mettono dentro di tutto: tarantelle di comari, pizzaioli, venditori di maccheroni, pescivendoli che si accoltellano per una guagliona, donne mezze nude che si lavano alla fonte. La Natività è un particolare affogato nelle moltitudini, un bricolage di scenette indipendenti, un profluvio di anacronismi (fecero notizia Berlusconi con le sue ville "in coppa o mare" e Antonio Di Pietro in toga accanto ai Magi), una corte dei miracoli in marcia verso la grotta in un caos fantasmagorico, quasi onirico, di sacro e profano. ‟Il presepe napoletano è il paradiso dei contrasti” dicono al "Museo Bavarese" di Monaco, che ne contiene tra i più belli in assoluto. ‟La trasformazione avviene nel Settecento”, spiega Marino Niola, antropologo napoletanissimo, nel suo nuovo libro sul tema. La scena intimistica della Famiglia e l’innocenza del bambino si sostituiscono alle scenografie funebri della passione, ai "penitentes" incappucciati, ai riti spagnoleschi del Venerdì Santo. La retorica della morte diventa enfasi del nascimento del divino infante e il centro dell’anno liturgico si sposta dalla Pasqua al Natale. ‟Sono soprattutto i gesuiti - dice Niola - a governare questa rivoluzione, che tiene fortemente conto del protagonismo sociale e culturale della nuova borghesia”. Nel Settecento succede che i nuovi ricchi hanno soldi e vogliono spenderli per apparire e celebrare se stessi. Per farlo usano i presepi, la forma meno aulica e meno costosa dei collezionismi. Fanno a gara tra loro in magnificenza, decorano terrazze e interni, invitano il popolo stupefatto a vedere. Da allora a Napoli - San Gennaro a parte - i miracoli non avvengono più in chiesa o nelle dimore nobiliari ma nelle case borghesi. ‟Questo gioco da cappella - scrive il polacco Joseph Gorani negli anni della rivoluzione francese - eccita la cupidigia, e le spese che si fanno a tale scopo, lungi dall’essere perdute, costituiscono profitti notevoli per il costruttore”. è cambiato poco da allora. Lo vedi in questi giorni tra i lumini e le bancarelle di San Gregorio Armeno, dove pullulano statuine a buon mercato in vista dell’inaugurazione dei presepi il 9 dicembre, dopo l’Immacolata. è a Napoli che il presepe diventa prodotto di massa ed è sul presepe che si sperimenta la prima forma di catena di montaggio, in una perfetta divisione del lavoro. Mani, piedi, busto e testa in terracotta, occhi in vetro, filo di ferro per tenere insieme il manichino, stoffa per dargli consistenza e poi sfarzosi tessuti per la vestizione. Dalla nuova bottega dei fratelli Scotto escono diavoli e contadinelle, prototipi originali per la corte di Spagna o per i musei francesi, ma la filiera produttiva resta la stessa. In piena era globale, il gusto scenografico e dell’invenzione rimane completamente napoletano. Resta anche l’esuberanza del Settecento, il secolo delle processioni, delle maschere, dei cori e delle parate. Un immaginario devoto tutto made in Italy, ma aperto al nuovo e alla contaminazione. libro e mostra Nelle foto in queste pagine le sculture realizzate dal laboratorio d’arte "La Scarabattola" di Napoli di Salvatore, Raffaele, Emanuele e Anna Scuotto. Molti dei pezzi sono visibili nella mostra "Il mondo sospeso", allestita a Napoli (chiesa di San Severo al Pendino fino all’8 dicembre) e a Roma (basilica di San Giacomo in Agusta dall’11 dicembre) Le immagini, scattate dal fotografo Sergio Siano, sono tratte dal volume "Il presepe" dell’antropologo Marino Niola.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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