Dai kamikaze all’offensiva terrestre. Cambia tattica la guerriglia irachena. Ieri mattina un forte contingente di insorti (sembra sino a 400 uomini), armati anche di bazooka e mortai, ha attaccato la città di Ramadi (circa 110 chilometri a ovest di Bagdad), bombardato alcuni edifici pubblici e la base americana posta alla sua periferia. Poi, per circa 3 ore, sembra sia stato in grado di controllare alcune tra le principali vie del centro. ‘I guerriglieri hanno fatto irruzione nella città poco dopo le 8 di mattina. Il contingente della locale polizia irachena non ha praticamente opposto resistenza e anche gli americani non si sono visti. Così gli insorti hanno agito quasi impuniti, tanto che sono stati in grado di organizzare rapidamente alcuni posti di blocco e distribuire volantini inneggianti a Al Qaeda e al suo leader in Iraq, Musab al Zarqawi. Infine, prima di mezzogiorno, si sono dileguati’, sostengono fonti giornalistiche sul posto. Un segno di grande capacità operativa e probabilmente anche la risposta diretta al discorso del presidente Bush, che due giorni prima aveva ribadito la validità della presenza della coalizione militare guidata dagli Usa in Iraq e aveva evitato di indicare una data precisa per l’inizio del ritiro. ‘L’Iraq diventerà il cimitero per gli americani e i loro alleati’, afferma minaccioso il volantino diffuso a Ramadi. Di certo è l’ennesima prova che le forze della guerriglia sunnita sono tutto tranne che battute. Circa un anno e mezzo fa i comandi Usa avevano guardato con preoccupazione alla prima azione di attacco ben organizzata contro un loro convoglio di truppe nei dintorni di Tikrit. ‘Il colpo di coda dei resti dell’esercito ba’atista’, minimizzavano i portavoce. Ma da allora violenza e terrorismo non hanno fatto che aumentare. Anche il tipo di azioni organizzate durante l’assedio Usa di Falluja (poco distante da Ramadi) nell’aprile e poi novembre 2004 ricordavano da vicino più le tattiche usate dagli eserciti che non dai guerriglieri. Ieri un nuovo salto di qualità: per la prima volta in due anni e mezzo viene aggredita una città con forze provenienti dal suo interno (a Ramadi aveva trovato rifugio una parte dei guerriglieri fuggiti un anno fa da Falluja), ma anche dai villaggi sunniti circostanti. In ogni caso, i comandi Usa tornano a minimizzare. ‘Le notizie per cui gli insorti avrebbero assunto il controllo di Ramadi sono del tutto infondate. Abbiamo registrato solo sporadici scontri a fuoco con armi leggere, ma nulla fuori dell’ordinario’, osservano. Nelle vicinanze, specie nella cittadina di Hit, da circa una settimana è tra l’altro in corso un’operazione di pattugliamento che vede impegnati circa 2.000 Marines e altri 500 uomini del neo-esercito iracheno. L’obbiettivo non è nuovo, sin dall’estate 2003 si cercano di individuare e colpire le basi logistiche sunnite. Ma per la prima volta la strategia Usa potrebbe non essere più quella dei raid brevi volti a uccidere il massimo numero di guerriglieri e terroristi per poi ritirarsi nelle basi. Bensì quella proposta nell’agosto scorso da Andrew Krepinevich, studioso della guerra in Vietnam, che sostiene la necessità di evitare i blitz tipo Falluja e invece concentrare un maggior numero di truppe sulla stessa zona per un lungo periodo. Il tentativo è quello di pacificare l’intera provincia sunnita di Al-Anbar in vista delle elezioni politiche il 15 dicembre. Il governo di Ibrahim Al Jaafari è seriamente preoccupato per il crescere delle violenze e del terrorismo di Al Qaeda con l’approssimarsi del voto. Tanto che ieri il suo ministero dell’Interno ha ordinato il blocco di entrata in Iraq per ‘ogni cittadino arabo non iracheno, anche coloro che sono già forniti di visto’. Le linee aeree giordane si sono già adeguate e controllano rigorosamente i passaporti di chi vola sulla tratta Amman-Bagdad. Per il presidente Bush proprio sui campi di battaglia di Al Anbar potrebbe giocarsi la sfida con il suo elettorato sempre più critico nei confronti dell’avventura irachena. Secondo un recente sondaggio realizzato da Cnn, Usa Today e Gallup, ormai il 55 per cento degli americani non crede che la Casa Bianca abbia un piano per la vittoria. Solo il 10 per cento ha seguito il suo discorso dell’altro ieri in diretta, contro gli share da programma di punta del sabato sera agli annunci della ‘vittoria’ due anni fa. Lorenzo Cremonesi (Ha collaborato da Bagdad Walid al Iraqi) vocabolario ‘Macchia d’olio’ (oil-spot) al posto di ‘accoppa la talpa’ (whack-a-mole): i comandi americani stanno cambiando la strategia, e la sua denominazione, per contrastare la guerriglia in Iraq: invece di distruggere la presenza ribelle in un posto solo per vederla riapparire in un altro, l’accento verrà spostato sul consolidare la presa in aree urbane ed espandere da lì gradualmente l’area di influenza. In maniera da poter anche ridurre l’impegno numerico 55 per cento degli americani non crede che la Casa Bianca abbia un piano per la vittoria 400 I guerriglieri che si sono impadroniti ieri mattina del centro di Ramadi.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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