Gli abitanti del villaggio di Lateu, provincia di Tegua, a Vanuatu, sono tra le prime collettività umane a diventare ‟rifugiati ambientali” a causa del riscaldamento globale del clima. Sono un centinaio di persone: sono stati costretti ad abbandonare il loro villaggio (sulla costa) in agosto, dopo che le loro case sono state ripetutamente inondate da maree eccezionali e da grandi ondate, e a trasferirsi in un nuovo villaggio nell'interno, più in alto rispetto al mare. Hanno dovuto rassegnarsi al fatto che la barriera corallina non è più in grado di proteggere il villaggio e l'erosione esercitata dal mare mangia tra due e tre metri di costa all'anno. La costa di Vanuatu, nel Pacifico, non è nuova a inondazioni - l'ultima nel 2004, un anno fa. ‟Stiamo assistendo a super ondate nelle isole di questa regione. Questi sono eventi normali in sé, ma è la loro frequenza che è abnorme, e diventa una minaccia alla sopravvivenza delle comunità costiere”, fa notare Taito Nakalevu, funzionario esperto in ‟adattamento al cambiamento del clima” per il Pacific Regional Environmental Programme (organismo del sistema Onu) che ha aiutato nel trasferimento del villaggio con un finanziamento canadese: ‟Le persone sono ora costrette a costruire muraglie per difendersi dal mare, terrapieni e altre difese: non solo per salvaguardare le proprie case, ma anche per difendere i terreni agricoli”, spiega (al Environment news service, il 6 dicembre).
Nel nuovo villaggio, chiamato Lirak, uno dei problemi sarà il rifornimento di acqua potabile: giù sulla costa Lateu aveva alcune fonti d'acqua dolce, durante la bassa marea. Sul plateau il problema è stato risolto per ora installando cisterne per la raccolta dell'acqua piovana, compresi dei tetti spioventi e grondaie che raccolgono l'acqua nelle cisterne. ‟Almeno in questo caso sappiamo che la comunità è a posto per i prossimi 50 anni, protetta da ondate di marea, tsunami e inondazioni”, dice ancora Nakalevu. Il piano rientra nei programmi di ‟adattamento futuro” al riscaldamento globale del clima messi in cantiere dall'Unep (programma Onu per l'ambiente): uno dei temi discussi alla Conferenza sul clima in corso a Montreal, in Canada.
Vanuatu del resto non è l'unica nazione-isola del Pacifico minacciata da un oceano che sale. Tuvalu, piccola monarchia costituzionale in una nazione costituita da nove atolli alti al massimo 4,5 metri sul livello del mare, superficie di 26 chilometri quadrati e popolazione totale di 9.500 persone, ha già visto scomparire sott'acqua alcune sue isolette: e ha preso le sue contromisure, cioè ha ipotizzato una migrazione massiccia. Nel 2001 la Nuova Zelanda ha accettato di prendere una quota annuale di tuvalani come rifugiati, dopo che la stessa richiesta era stata rifiutata dal'Australia. Così, 75 famiglie tuvalane all'anno, per i prossimi trent'anni secondo le previsioni, emigreranno: anche loro rifugiati del clima.
Il caso di Vanuatu è tra quelli che sono stati illustrati durante un seminario che voleva mettere a confronto due delle popolazioni più vulnerabili agli effetti del cambiamento del cima: gli abitanti delle piccole isole negli oceani, e gli abitanti dell'Artico. Queste sono infatti le due regioni in cui l'impatto del riscaldamento dell'atmosfera è già visibile in modo più chiaro: l'innalzamento del livello del mare, lo scioglimento dei ghiacci polari e del permafrost (la crosta di terreno perennemente ghiacciato), la ‟trasmigrazione” verso nord di specie di flora e fauna più meridionali... E per le popolazioni coinvolte, tutto questo produce ‟la devastazione dell'intero loro modo di vita”, ha sottolineato il direttore esecutivo del'Unep, Klaus Toepfer. Ma ‟la situazione di queste persone dovrebbe suonare come un allarme per i governi riuniti a Montreal: dobbiamo sbrigarci se vogliamo evitare una catastrofe provocata dal cima, per la generazione presente e quelle future”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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