Laghi, magre betulle sparse, reticolati mangiati dalla ruggine, neve che turbina nella sera. Oltre, le luci fioche dell´aeroporto di Szymany, Polonia del Nord, dove il 23 settembre 2003 è atterrato in missione segreta il Boeing 737 americano - volo N313P - proveniente da Kabul, Afghanistan. Il posto dove, secondo il ‟Washington Post”, l´Osservatorio per i diritti umani e molta stampa europea, sarebbero stati portati o rinchiusi in catene terroristi catturati dalla Cia. Undici, secondo la rete americana Abc. Assieme a Costanza, in Romania, sarebbe uno dei due Black sites - luoghi per "trattamenti speciali" - identificati in Europa orientale. Un sito "nero", di interrogatori e torture, dicono fonti anonime, abbandonato a precipizio dopo le ultime rivelazioni di stampa.
Però, che strano posto per un Gulag. Due edifici rettangolari, una pista, una strada di due chilometri per arrivarci, al termine di una pineta. Szymany non ha niente di segreto e non svela precipitosi abbandoni. Era una base russa, oggi è un normale aeroporto civile. Funziona da anni. Puoi fare il check-in, arrivare con piccoli voli da Varsavia. A Szymany atterrano i ricconi del weekend per raggiungere il cottage tra i laghi gelati, cacciatori italiani per sterminare pernici, turisti tedeschi in cerca di vacanza a buon mercato, ragazzotte impellicciate dal trucco esagerato e dal mestiere incerto. C´è atterrato anche un re, Juan Carlos di Spagna. Intorno, già a un chilometro, villette e case di contadini. È il cuore della Masuria, terra povera e incantata di laghi e betulle. Un perfetto "open space".
Unico indizio: una scuola per i servizi segreti della polizia, nel villaggio di Kierkuty Male, a una dozzina di chilometri, oltre le betulle e la neve. Area sorvegliata ‟off-limits”, ininterrottamente in uso (con lo stesso scopo) dai tempi del comunismo. Sono dieci anni che nessuno ci mette il naso, a Varsavia non danno il permesso. È forse lì dentro che bisogna cercare. Ma, ti dicono fonti bene informate, se davvero ci fosse stata una prigione lì intorno, i voli a Szymany sarebbero stati numerosi, non uno soltanto. E poi, in mezzo a quei villaggi, militari Usa non sarebbero passati inosservati. La Polonia non è la Germania: non ha basi americane, e uno yankee verrebbe notato all´istante. Anche in abiti civili.
Ma qui la gente non si fida del Palazzo, teme affari loschi. Varsavia, ti dicono, ‟ha in Europa solo il portafoglio”, il cervello e cuore sono negli Usa. Nella difesa il governo ‟è più filo-americano degli americani”. Troppe delusioni da Francia e Inghilterra, troppo sangue dalla Germania. Risultato: oggi il governo si dichiara pronto a ospitare scudi antimissile, prima ancora che Washington glielo chieda e vari il suo faraonico progetto. E che dire del 2003, quando Wojtyla tuonava contro l´opzione militare in Iraq, Varsavia volle l´intervento e i vescovi benedirono egualmente i battaglioni in partenza.
‟Schizofrenia”, è il commento più benevolo. La gente ti ricorda che per assicurarsi il consenso, il governo non esitò a mentire. Proclamò che di puro ‟peace-keeping” si trattava. Poi le truppe vennero colte in flagrante mentre occupavano installazioni petrolifere in tandem con gli americani.
‟Con precedenti simili siamo preoccupati che il Governo nasconda qualcosa, ma proprio per questo investighiamo al massimo”, osserva Pavel Wronski, che segue la vicenda per conto del primo giornale polacco, la Gazeta Wyborcza.
‟Lavoriamo su questa storia da settimane, da prima del ‟Washington Post”. E posso dire con tranquillità che una prigione Usa in Polonia è altamente improbabile. Se ci fosse stata, il governo si sarebbe assunto un rischio tremendo. La semplice idea di prigioni segrete, in un Paese che ne ha avute sotto il comunismo, provocherebbe una rivoluzione. Figurarsi la parola ‟Gulag”‟. E poi, ricorda Wronski, il 70 per cento dei polacchi è contro la guerra. E la stampa è più indipendente che in altri Paese dell´ex Patto di Varsavia. ‟Nessuno potrebbe metterle il bavaglio su un tema simile, una storia che scotta”.
Chi avesse a bordo l´aereo il 23 settembre del 2003 non si sa. Quel che è certo è che non scese nessuno. Vi salirono, invece, cinque persone, probabilmente agenti segreti Usa. Con quei cinque a bordo, il Boeing ripartì sopra i laghi grigi della Masuria dopo aver fatto rifornimento di carburante. Il resto è silenzio. Fonti riservate - in parte le stesse cui si è rivolto l´Osservatorio per i diritti umani di Washington per far la sua denuncia - rammentano che installazioni di sicurezza come quelle denunciate da Human Rights Watch richiedono una massa di uomini e mezzi, e soprattutto una situazione blindata. La stessa delle basi americane in Germania. Spazi extraterritoriali incontrollabili, inesistenti in Polonia. ‟Cercate lì - ti dicono a Varsavia - è sulla Germania che si è concentrato il grosso del traffico aereo sospetto, oltre quattrocento voli”.
Dove cercare allora? Nelle basi sovietiche abbandonate dopo la caduta del comunismo a Varsavia? Sono sei, ma tutte dalla parte opposta del Paese rispetto a Szymany, tutte a ridosso del confine tedesco. Barne Sulinowo, a nord di Poznan; l´immensa Swinowiscie sul Baltico; e poi Nowa Sol, Zgorzelec, Legnica e Breg, a ridosso della linea Oder-Neisse. Ma anche qui, nessun segno di riuso per ospitare "lavori sporchi" per conto terzi. Molte installazioni sono state smantellate dai russi stessi. Il resto è stato dismesso, convertito a scopi civili, o rimesso a nuovo dalle forze armate polacche.
‟Che senso avrebbe concentrare tanti leader di al Qaeda proprio in questo Paese?”, si chiede Wojtek Jagielski, un reporter che ha vissuto in prima linea tutte le ultime guerre del Pianeta. La rete americana Abc ha appena fatto i nomi di undici sospetti terroristi islamici che sarebbero stati ‟detenuti in Polonia”, ma alcuni di essi sarebbero giunti qui da Guantanamo. ‟Che senso avrebbe un simile periplo”, si chiede ancora Jagielski. Le fonti bene informate dubitano: ‟Ci sono mille altri posti più adatti in giro, con meno garanzia democratiche. Luoghi dove la tortura è possibile”. La base di Diego Garcia, per esempio. Il Marocco. La Libia. Il Medio Oriente. ‟Oppure la Georgia, che ha truppe americane”.
Notte, nevica su Varsavia, sulla Vistola e sui nuovissimi grattacieli della grandi corporazioni, ma appena raggiungi la periferia risenti il Grande Freddo, rivedi i fondali in bianco e nero del film ‟Il Terzo Uomo”. Come nella Vienna del ‘45, la verità può essere una fatamorgana nella Polonia di oggi, terra di depistaggi e servizi deviati, dove tutto può essere contemporaneamente verità, fandonia e illusione. Fino alla fine degli anni Novanta qui trovavi nei posti più impensabili ex agenti speciali in cerca di reimpiego, manager ex comunisti, uomini di Saddam a caccia di commesse militari, persino talebani o uomini di Massoud l´afghano, con droga finissima da vendere.
Ed ecco che la domanda oggi in Polonia è a chi interessa agitare la pubblica opinione mettendo un cuneo tra Washington e Varsavia, e contemporaneamente tra la Polonia e l´Europa. ‟La risposta è fin troppo facile - ti dice la gente - l´interesse è tutto di Mosca”.
I motivi di ruggine sono molti, ma l´ultimo è proprio lo scudo antimissile planetario su cui Varsavia tratta già da tempo con Bush. Gli ammonimenti non sono mancati. ‟Vi pentirete di questa scelta”, hanno dichiarato poco tempo fa alla stampa il portavoce della Duma per gli affari esteri Kosachev e il generale dell´Armata russa Baluyevski. Forse, ti dicono qui, è in quella trattativa, più che nei ranghi di al Qaeda, che bisogna cercare.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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