Sei voli, forse dieci, forse di più. Non è passato un solo aereo della Cia all’aeroporto di Szymany, nel Nordest della Polonia. La verità esce fuori solo ora che l’America apre il vaso di Pandora sul trattamento all’estero dei prigionieri speciali.
Troppe coincidenze. Le auto blindate con i vetri fumé che arrivano sottobordo e ripartono verso il vicino campo di addestramento della polizia a Stari Kiejkuty, un villaggio sui laghi della Masuria dove la gente tiene la bocca cucita nel terrore dei giornalisti. Oppure la storia spericolata dell’uomo che gestì lo scalo nel 2003, l’anno dei voli sospetti: Jan Kos, noto bancarottiere con processi aperti in Polonia e strani affari in Medio Oriente.
La sua storia fa luce sul caso assai meglio delle voci giunte da Washington. Kos è un inaffondabile, uno che, dopo felicemente svolto la sua missione a Szymany, ottiene - nonostante il suo crack finanziario - commesse per decine di milioni di dollari nella ricostruzione in Iraq con la sua ditta ‟Wroc3awska Jedynka”. E quando, nel 2004, viene rapito in Mesopotamia, sono proprio i Marines a mobilitarsi per liberarlo. Coincidenza? Forse. Ma allora che dire dell’elenco dei voli del 2003, conservato in Masuria per soli due mesi e poi - si afferma - distrutto, con una procedura inesistente in qualsiasi aeroporto del mondo? E che dire della chiusura di Szymany ai voli civili, dieci mesi fa, nonostante il buon flusso turistico? ‟Questo è un segreto di pulcinella - ci dichiara il leader populista e vicepresidente del Parlamento Andrej Lepper - i miei uomini in Masuria sanno benissimo questa storia. Sanno per esempio che più volte sulla pista di Szymany sono stati organizzati raduni motociclistici, ora pensiamo per sovrapporre altre sgommate a quelle degli aerei”. Segni di frenata riconoscibili, se è vero che la pista è corta per i Boeing 737 della Cia. Lepper ci fornisce nomi, numeri di telefono, e le conferme arrivano subito.
Particolari sempre nuovi, anche troppi. Al punto che ci si chiede come mai la stampa di qui non se ne sia accorta prima.
La Masuria è il grande nascondiglio della Polonia. C’è di tutto in questo labirinto di laghi e foreste, terra ex prussiana di misteri e battaglie campali. C’è la base blindata degli agenti segreti a Kiejkuty. A Szcsytno, a soli nove chilometri dall’aeroporto sotto inchiesta, c’è la prima accademia di polizia del Paese. A Klewki, 40 chilometri a Nordovest di Szymany, trovi in mezzo ai laghi, sorvegliata da guardie armate, la base operativa dell’impero ‟Inter-Commerce”, un ex kolchoz di 8000 ettari dove dirigeva i suoi affari Rudolf Skowronski, faccendiere miliardario misteriosamente scomparso lo scorso inverno. Quella di Skowronski è la parabola di un pesce grosso cresciuto nel brodo dei ‟servizi” ex comunisti e passato al servizio del capitalismo d’assalto. Uomo delle multinazionali, è accusato di aver corrotto mezzo sistema politico per favorire l’ingresso in Polonia dei supermarket della catena francese Carrefour. Uomo imprendibile e spregiudicato, avrebbe pilotato un traffico di smeraldi con l’Afghanistan e tenuto contatti col comandante Massoud - affamato d’armi - fino al suo clamoroso assassinio poche ore prima dell’11 settembre. Cosa accada oggi nell’Inter-Commerce non si sa. Certo è che chi ha tentato di occuparsene ha avuto problemi seri. Bogdan Gasinski, ex portaborse del Capo, è stato sbattuto in galera dopo aver spifferato storie di corruzione e ora è sottoposto a trattamento psichiatrico. Maria Wiernikowska, redattrice di punta della Tv di Stato, è stata messa in quarantena da più di tre anni, pare su intervento del ministro della Difesa. C’erano Taliban a Klewki, si diceva, e la notizia parve così inverosimile che venne coperta di ridicolo. Invece gli afgani c’erano eccome. Atterravano con l’elicottero di Skawronski. Portavano smeraldi, ripartivano non si sa con che cosa.
Somiglianze inquietanti con la storia di Szymany. Di nuovo faccendieri miliardari, voli incontrollati, legami con zone d’operazione americane in Medio Oriente, assenza di indagini serie di stampa e di polizia. Il volto di un Paese parallelo. Ma allora che c’è dietro la lentezza delle indagini sui voli della Cia? Solo il filo-americanismo di Varsavia? No, ti dicono qui. C’è la sensazione che la storia sia altrove, molto più ramificata. Il problema è: CHI ha i contatti privilegiati con gli americani. Con CHI è stata costruita la rete anti-terrorismo in Est Europa. CHI sono gli interlocutori ‟protetti” di Bush a Varsavia.
Da qui la domanda-chiave: chi comanda il Paese? Il potere ufficiale o una cupola nascosta? La Polonia chiede. Vuole sapere se è diventata una repubblica delle banane. ‟Probabilmente il presidente Kwasniewski sa e non dice - dice la Wiernikowska - ma se non sa è ancora peggio: vuol dire che siamo etero-diretti”. Che una cupola esista è un fatto talmente pacifico che giudici e giornalisti hanno già inventato una sigla: ‟GTW”, che significa ‟Gruppo che detiene il potere”. Un modo per non dire mafia; ma che indica con precisione un micidiale quadrilatero di politica, economia, informazione e spie venute dal freddo.
La quantità di scandali che riporta a questa ‟Connection” è tale che, al confronto, l’esistenza o meno delle prigioni segrete pare un evento trascurabile. Storie di privatizzazioni pilotate, di leggi vendute, di gangster avvertiti dal Palazzo di retate imminenti. Un labirinto nel quale la storia della Cia getta però una luce improvvisa, costringendo la Polonia a rileggere una serie di fatti recenti e passati, che spesso vedono l’America dietro le quinte.
Per esempio: come mai Washington ritarda l’estradizione di Edouard Mazur, polacco eccellente con cittadinanza Usa, indagato numero uno per l’omicidio del capo della polizia generale Papala nell’anno 1988? Eppure Mazur è legatissimo agli ex comunisti. E il generale Papala aveva appena scoperto una storia di armi e droga che vedeva coinvolti proprio i servizi segreti polacchi inquinati dagli ‟ex”.
Succede poi che in queste ore la Nato metta a capo di uno dei suoi settori più sensibili - il servizio informatica e comunicazione - il generale Marko Dukaczewski, ex addetto chargé d’affaire militare all’ambasciata di Washington e attuale capo del servizio di controspionaggio militare polacco, il Wsi, guarda caso l’unica struttura non ancora epurata dal tempo del regime comunista. Una nomina fatta in fretta, con due anni di anticipo sulla scadenza del mandato del generale, del resto privo dell’anzianità militare necessaria all’incarico. Dukaczewski, uno degli uomini che sicuramente sapevano dei voli della Cia nei cieli polacchi.
‟Bullshit”, una bufala, ci dice con insofferenza delle prigioni segrete il generale Czeslaw Petelicki, mitico capo dei ‟Grom”, le unità speciali che hanno gestito con gli americani le ultime operazioni di commando in Iraq. Dietro a quelle missioni, un vecchio rapporto di amicizia con l’intelligence americana, iniziato nel 1990. Successe proprio in Iraq, quando le forze speciali polacche liberarono con un blitz alcuni agenti della Cia dalle prigioni di Saddam. Fino a un anno prima Varsavia era stata alleata del regime iracheno: gli aveva dato armi, strade, bunker, infrastrutture, chimica e forse veleni. Pochi mesi dopo passava disinvoltamente le sue informazioni a Bush senior, ottenendo imperitura riconoscenza.
C’è anche questo scambio di favori, e non solo la fede cieca nel Grande Fratello di Washington, dietro l’ultra-interventismo polacco in Iraq. Un’amicizia che corre su binari paralleli a quelli della politica, in mano a uomini lontani dai riflettori.
Aleksander Makowski, per esempio, uno dei capi della temutissima ‟Konsalnet”, agenzia privata per la gestione dei servizi di sicurezza, luogo perfetto dove gli ex servizi rossi hanno potuto trovare lavoro e remunerazione. Mokowski, dopo aver fatto il controspionaggio per il Patto di Varsavia in America, oggi lavora a fianco degli americani. I suoi uomini oggi gestiscono il servizio di sicurezza per il ministero della Difesa afgano e svolgono compiti analoghi in Iraq. Ma non basta, Mokowski è partner di Sgowronski, il boss svanito nel nulla della famigerata Inter-Commerce, la ditta tra i laghi masuri dove è vietato curiosare. Un gioco di scatole cinesi dove ti perdi e dove i nomi dei soliti noti finiscono per ripetersi. Una Polonia occulta che conta di più del suo presidente e del suo governo.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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