L’amnistia, antica istituzione di regale clemenza, trova il suo riconoscimento giuridico anche negli ordinamenti democratici. Autorizza i governi a compiere un gesto eccezionale che conserva, dalle sue origini autoritarie, qualcosa di magico: quel gesto si può compiere solo al momento giusto. Se il momento è giusto, l’atto di clemenza arricchisce l’autorità di chi lo compie. L’amnistia, spiegava ai suoi allievi un grande maestro del diritto penale, Francesco Antolisei, può avvenire come celebrazione. Può avvenire a causa di un grande evento (per esempio la nascita dell’erede maschio del sovrano), per segnare il passaggio irripetibile, o comunque raro, da un periodo storico all’altro (un gesto di clemenza dei vincitori verso i vinti, come modo di chiudere il tempo dello scontro). Oppure può trattarsi di una decisione che non fa riferimento alla volontà del legislatore o del governo, ma al realistico stato dei fatti: un atto di giustizia che risponde a uno stato di necessità.
In Italia si sta parlando con fervore e passione di amnistia, da parte di alcuni. Le domande dunque sono: quale amnistia? E chi la sta chiedendo?
La prima risposta è nella definizione del giurista Antolisei: un atto di giustizia che risponde a uno stato di necessità.
Infatti si sta parlando delle carceri italiane tormentate da tre gravi problemi incombenti: lo stato incivile delle carceri, la fatale lentezza dei processi, il disumano sovraffollamento in ogni cella di ogni prigione italiana, al punto da sfidare anche i più blandi criteri di giudizio sullo stato della nostra civiltà.
Si possono intrattenere dibattiti su chi - o quale governo - ha fatto di meno o ignorato di più questi problemi (da ex deputato dell’Ulivo dico che mai la situazione è stata grave e abbandonata come adesso, ma si tratta di un giudizio tanto convinto quanto di parte).
Nessuno però potrà o vorrà negare che in Italia, oggi, la parola ‟carcere” mette un brivido che non ha solo a che fare con la negazione della libertà. Rappresenta una negazione di minima umanità. Vediamo allora chi ha deciso di sollevare il problema e di chiedere, addirittura di implorare, un provvedimento di amnistia.
Trovo solo due voci, che risuonano in modo molto diverso nella vita italiana, ma hanno detto - o dicono in questi giorni - quella stessa parola, amnistia.
Una è la voce di Giovanni Paolo Secondo, ricordate? Nella sua visita al Parlamento italiano. Forse si è intromesso nelle vicende italiane, quel Papa, ma a nessuno è venuto in mente di notarlo, data l’urgenza e la natura del suo appello. Chiedeva qualcosa non per la Chiesa ma per l’Italia, a nome del più condiviso dei valori, il comune senso di umanità.
Pensava al nostro Paese, che con quel gesto avrebbe ridotto almeno un poco la somma totale delle violazioni dei diritti umani e delle ingiustizie, specialmente verso i meno difesi (l’espressione si adatta bene alle carceri e ai suoi abitanti). E pensava ai detenuti, la gran massa dei quali vede ormai la pena - qualità e durata - separata sia dal gelido contrappasso (reato e pagamento del reato) che dall’astratto però volenteroso intento di aiuto al rientro nella vita sociale.
Il Papa, ricorderete, è stato applaudito con calore senza distinzione di banchi. Quella storica visita non è stata dimenticata. Risale a non più di un mese fa l’inaugurazione di una targa che la ricorda. E la celebra. Il messaggio no. Il messaggio è andato perduto. Nel nostro Parlamento non ha lasciato traccia, come qualcosa di mai accaduto.
L’altra voce - diversa, certo - è quella di Marco Pannella.
Pannella è un leader politico con un lungo e antico lavoro sui diritti umani e i diritti civili, e un recente progetto politico detto ‟La Rosa nel pugno”.
La sua invocazione di amnistia, in questa Italia, in questi giorni, adesso, non ha intento politico in senso partitico, non ha rilevanza elettorale. Ma occupa un vuoto imbarazzante e dunque è impossibile non ascoltarla.
Lo ha fatto Pierluigi Battista sul ‟Corriere della Sera” di domenica. Lo facciamo noi oggi, augurandoci, mentre scriviamo, di non essere affatto originali, e di trovare in tanti altri quotidiani italiani, nei prossimi giorni, questa stessa parola e domanda e, se volete, implorazione di amnistia.
Conosco molti, da una parte e dall’altra degli schieramenti politici, che sarebbero stati più a proprio agio nel seguire la prima voce (il Papa) piuttosto che la seconda (Pannella). Ma questo Papa, Benedetto XVI, ha scelto di non parlarne. E anche a coloro che non hanno enorme simpatia per Pannella resta l’invito alla marcia di Natale per l’amnistia, una idea difficile da svalutare con tradizionali argomenti politici. Purtroppo il nuovo Papa non ha completato la frase quando ha ammonito che ‟i consumi inquinano lo spirito del Natale”. Con tutto il rispetto, lo facciamo noi: ‟E dunque uniamoci nel volere un gesto di umanità e di giustizia accanto a coloro che nelle carceri italiane stipate in modo selvaggio non riescono più a vivere con un minimo di dignità”.
Se scrivessi queste righe a mio nome, aggiungerei che un ministro della Giustizia così inadatto, indifferente e (quando osserva ironicamente che le prigioni non sono un ‟grand hotel”) anche crudele, non lo abbiamo mai avuto in nessuna delle tante fasi di questa Repubblica.
Ma il giudizio sulla persona ci allontanerebbe dal gesto di clemenza, un gesto che si può ottenere solo con la volontà e l’iniziativa di tutti. I lettori sanno che non credo al ‟fare insieme” con coloro che hanno votato senza batter ciglio le varie leggi Cirami e Cirielli.
Però intendo usare tutto l’impegno di cui sono capace per unirmi, con questo giornale, alla invocazione di Giovanni Paolo Secondo e di Marco Pannella. Intendo contribuire a rompere disattenzione e silenzio, perché una amnistia a Natale (e, se necessario, una ‟marcia di Natale per l’amnistia”) sono quanto di più religioso (interfaith, direbbero i nostri colleghi giornalisti e parlamentari americani) di più laico e anche, se volete, di più nobilmente politico che si possa progettare.
Sappiamo di contare poco, noi che scriviamo e pubblichiamo questa dichiarazione. Ma vi diciamo senza esitare: in questa campagna per l’amnistia contate su di noi.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>