Con la solita giacchetta chiara un po´ lisa che è diventata il suo trademark, e viene copiata da migliaia di basiji tanto l´Iran ha dovuto importarne dalla Cina, il presidente Ahmadinejad si è lanciato nel quarto attacco a Israele in pochi giorni, rincarando anche questa volta la dose, indifferente o forse compiaciuto per lo scalpore suscitato nel mondo dalle sue parole.
‟Hanno creato una leggenda che va sotto il nome di massacro degli ebrei, e tengono più a questa leggenda che a Dio stesso, alla religione e ai profeti messi insieme” ha detto testualmente. Con la kefiah sulle spalle, che non abbandona mai quando parla ai basiji, esattamente come fa da qualche anno il Leader Supremo Khamenei, Ahmadinejad parlava a una platea di basiji a Zahedan, capitale del Sistan Balucistan e una delle città più arretrate e più povere dell´Iran sudorientale, dove la solo risorsa è il contrabbando di droga che viene dall´Afghanistan e dal Pakistan, paesi confinanti. Il suo discorso è stato trasmesso dal vivo sulla televisione nazionale.
Il presidente ha ripetuto le affermazioni già fatte nei giorni scorsi al vertice dei paesi islamici: ha detto che Israele e i suoi alleati peccano d´ipocrisia e che lo Stato di Israele dovrebbe essere tolto ‟dall´amata Palestina” e trasferito in Europa o in America; mentre la platea esultante gridava Allah u Akbar, Dio è grande!
Le proteste si sono levate immediatamente nel mondo. In Germania, dove negare l´Olocausto è un reato, e chi ripetesse le parole di Ahmadinejad finirebbe subito davanti a un tribunale, il ministro degli Esteri ha convocato l´incaricato d´affari iraniano (l´ambasciatore è stato richiamato a Teheran) e gli ha consegnato una protesta. La cancelliere Angela Merkel ha definito inconcepibili le frasi di Ahmadinejad e ha detto che la Germania chiederà all´Unione europea perché dia oggi al vertice europeo un chiaro segnale di condanna. In tutti gli altri paesi europei ci sono state reazioni analoghe e proteste. Israele ha ricordato che ‟un´ideologia estremista, una visione distorta della realtà insieme alle armi nucleari fanno una miscela che la comunità internazionale non può accettare”. Israele ribadisce la sua richiesta che il dossier nucleare iraniano sia portato dall´Aiea, l´Agenzia internazionale per l´energia atomica, al Consiglio di Sicurezza dell´Onu.
Diventa sempre più chiaro che dietro le parole del presidente iraniano c´è un disegno, anche se ancora non è chiaro se questo sia condiviso solo dai militari - i basiji e i pasdaran che lui rappresenta - o anche, e in che misura, dalla nomenklatura religiosa più ultrà. Il Leader Supremo Khamenei ha ribadito in questi giorni, ricevendo il capo dell´ufficio politico di Hamas a Teheran, Khaled Mechaal, che ‟la jihad è la sola via”, mentre i negoziati ‟non portano frutti”. Il dirigente di Hamas gli ha dato ragione: ‟Queste sono le posizioni giuste, peccato che nessun altro governo di paesi islamici abbia il coraggio di prenderle”, ha detto.
Ahmadinejad vede se stesso come il nuovo Khomeini, e Khomeini si considerava un leader di tutto il mondo islamico. Per lui difendere la rivoluzione voleva dire esportarla. Il presidente iraniano mira ad attirare le simpatie delle popolazioni arabe, fortemente antiisraeliane. Per questo i governanti arabi erano furiosi nei giorni scorsi alla riunione della Mecca, che doveva essere nelle loro intenzioni un summit conciliatorio nei confronti dell´Occidente e che invece Ahmadinejad ha usato per le sue arringhe.
Secondo i riformatori a Teheran, gli ideologi della ‟seconda rivoluzione” che sono riusciti a far eleggere Ahmadinejad - con l´astuzia, la demagogia e il concorso dei cittadini iraniani delusi e depressi per la fine del sogno riformatore - hanno in mente una strategia che è stata espressa di recente da Ali Mahatari, figlio del Grand Ayatollah Mohatari che fu uno degli architetti ella rivoluzione del 79: ‟L´Iran dovrebbe occuparsi meno della Ue e più di creare una grande coalizione islamica con tutti i paesi arabi, una specie di Unione sovietica islamica”, ha detto Mohatari. Per ora gli ulema arabi non hanno raccolto l´idea, e ben pochi di loro hanno ripreso le parole di Ahmadinejad nelle loro preghiere del Venerdì, che sono la piattaforma da cui si rivolgono alle masse. Ma i pasdaran dispongono di reti tessute in questi anni in Siria, Libano e più di recente in Iraq, che finora hanno avuto funzione difensiva. Ma in futuro, secondo i loro disegni, potrebbero averne altre.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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