Andremo a votare con una legge elettorale meticolosamente studiata per renderci ciechi, irresponsabili, non in grado di eleggere candidati ma vincolati a pacchetti-partito identificati soltanto dal simbolo. Romano Prodi ha detto come stanno le cose con semplicità e chiarezza, restando fedele al suo impegno di non usare mai il politichese (che del resto non conosce): ‟Si tratta di una legge antipatriottica e incostituzionale”. La prima definizione dice ciò che molti già sanno, e che tutti gli elettori constateranno nel giorno del voto. Non ci sono più nomi, non ci sono più preferenze. Forse lo scopo interno a Forza Italia e agli alleati di Berlusconi è di rendere possibile, e anzi indolore, anche per le persone per bene che votano a destra, il gesto di eleggere o di rieleggere parlamentari già raggiunti da pesanti condanne per pesanti reati. Di certo ciò che è stato approvato all’unanimità dalla destra (compresa la parte della destra che vorrebbe farsi passare per centro) è un colpo duro alla grandissima maggioranza di italiani che aveva scelto il sistema maggioritario. Ma è anche un colpo duro a coloro che non avrebbero mai pensato di votare in un sistema proporzionale cieco, in cui al cittadino è tolta la possibilità di guardare in faccia il suo eletto, di valutarlo in base a quello che sa, di ciò che ha fatto, come persona, come politico, come adulto responsabile della propria vita, azioni e immagine. Avendo notato che si faceva sempre più pressante nella vita italiana il richiamo a un livello più alto, a una garanzia più netta di moralità nella vita pubblica e, in particolare, nella vita politica, gli esperti di Berlusconi si sono applicati in modo che diventasse impossibile la partecipazione consapevole dei cittadini-elettori a questo impegno. Hanno protetto se stessi rendendo possibile e persino inconsapevole la elezione o rielezione di personaggi che hanno frequentato vari aspetti e strati della malavita, dalla corruzione alla mafia. Hanno riportato il Paese nella condizione non rassegnata di votare come ti dicono, facendo a meno del tuo giudizio critico, della tua partecipazione personale e cosciente al voto. Hanno ridotto la visibilità politica, dunque la responsabilità morale personale, costringendo i cittadini a muoversi a tentoni fra liste che si moltiplicheranno paurosamente. Hanno tolto a coloro che rappresenteranno i cittadini nelle nuove Camere l’orgoglio di essere stati scelti per nome e cognome, per ciò che hanno fatto nella vita privata, per ciò che promettono di fare nella vita pubblica.
Hanno aumentato di molto la confusione alle urne ma anche, dopo il voto, la possibilità di divisione e di frammentazione, costruendo quella che avrebbe potuto essere una legittima e normale legge proporzionale in modo da rendere il più difficile possibile la stabilità e la continuità di un governo.
Per capire la malafede dell’impianto dato deliberatamente, fino ai dettagli, alla nuova legge elettorale, occorre tornare al vanto ripetutamente reclamato per sé dall’attuale primo ministro: il fatto di avere governato a lungo. Poiché si tratta di un capo di governo che ha perso lungo la strada i principali ministri (Esteri, Interni, Economia) cambiando titolare persino alle Comunicazioni (che per il proprietario di Mediaset è il ministero chiave) e alla Sanità (dove si giocano immensi interessi), se avesse governato con la legge che ha fabbricato appositamente per i suoi avversari, Berlusconi sarebbe caduto varie volte. E varie volte avrebbe dovuto sperare in un reincarico del Quirinale, nonostante le batoste subite, le minacce, i voltafaccia, i ricatti dei suoi cosiddetti alleati.
Berlusconi ha governato a lungo perché eletto con una legge che rende meno ardua la continuità e che gli ha lasciato tempo per recuperare (Berlusconi lo fa seguendo le regole del mercato) i pezzi del suo sostegno parlamentare che hanno minacciato, di volta in volta, di staccarsi.
Ecco perché quella che è diventata, a colpi di prepotenza e di maggioranza, la nuova legge elettorale di tutto il Paese, viene giustamente definita da Prodi ‟antipatriottica”. Da un lato allontana i cittadini dalla piena consapevolezza di ciò che stanno votando, li fa scendere al di sotto del livello politico moderno che avevano già raggiunto, sia pure con una legge tutt’altro che perfetta. Potevano dire: ‟Voto per te, voto contro di te, per queste ragioni”, sapendo ogni volta quello che stavano decidendo. Dall’altro è una legge che incoraggia la frammentazione molto più che la proporzionale, sia nella campagna elettorale, dove viene favorita una moltiplicazione di sigle, gruppi e liste, tutte al riparo dal precedente dovere di stabilire un rapporto diretto fra cittadino e candidato; sia nel dopo voto, quando si tratterà di raccogliere e organizzare e tenere insieme non solo le parti più solide dei partiti votati ma anche le schegge di una struttura elettorale disegnata deliberatamente per esplodere nelle mani dei vincitori.
Ci sembra giusto - come ha detto Prodi - definire questa legge incostituzionale, e temerne gli effetti, perché stravolge in molti punti (per esempio con il sistema del premio di maggioranza regionale) la garanzia di eguaglianza del voto (del peso del voto) di tutti i cittadini, scardina la famosa formula ‟una persona, un voto” che è la definizione di ogni moderna democrazia.
La legge berlusconiana moltiplicherà o depotenzierà il peso di ciascun voto (dunque di ciascun votante) a seconda delle capricciose regole di attribuzione dei ‟premi regionali”.
Perciò è importante anche la definizione proposta da Giuliano Amato: ‟Il gravissimo difetto di questa legge... è che si tratta di una scelta assolutamente irrazionale e disfunzionale... Anche per il meno partigiano degli osservatori è ovvio pensare che questa sia stata la scelta di chi sa di perdere, e non ha alcun interesse alla governabilità, ma punta solo a creare difficoltà all’avversario”. (‟La Repubblica”, 16 dicembre).
Amato aggiunge anche che ‟con una sorta di perversione giuridicista si è discusso solo se (la nuova legge elettorale) era incostituzionale o no. Ma (ammettendo che sia costituzionale) basta questo a un Parlamento serio per far approvare una simile fesseria?”
Amato dovrebbe forse riconoscere, però, che la grave accusa di incostituzionalità fatta propria da molti giuristi basterebbe per bloccare il percorso della ‟fesseria”. Non so se quei giuristi siano ‟perversi” (mi rendo conto che la parola ha un significato accademico, nel senso di ostinazione a sostenere una tesi). Ma è impossibile non domandarsi realisticamente: un simile, gravissimo danno ai cittadini e al Paese si può fermare?
Le pagine migliori della democrazia americana questo ci dicono: che la domanda sulla costituzionalità di una legge democraticamente avversata per gravi ragioni, è sempre la prima domanda.
E dunque resta ragionevole e legittimo il desiderio che la legge ‟dei pozzi avvelenati” non entri mai in vigore, che i suoi tratti di incostituzionalità appaiano abbastanza marcati da connotare ‟il gravissimo difetto irrazionale e disfunzionale” come estraneo alla Costituzione, e ad essa nemico.
S’intende che la sinistra e tutta l’opposizione attiveranno, se questa diventerà temporaneamente legge italiana, tutti i meccanismi antiveleno di cui una grande forza democratica dispone. Che vuol dire più partecipazione popolare, dialogo più fitto e costante con i cittadini che la legge intende deliberatamente disorientare e isolare, in modo che conoscano di più, non di meno, coloro a cui si apprestano a dare il voto, in modo che la campagna elettorale si svolga in un continuo dialogo fra elettori e candidati proprio come se dovessero eleggere personalmente, come in passato, i titolari dei collegi e valutarne l’attività svolta e le qualifiche umane e politiche, persona per persona. S’intende che, nella coalizione di centrosinistra che, tutta insieme, si impegna a rimuovere Berlusconi e a rimettere l’Italia nelle mani oneste di leader competenti, è già stata detta, e sarà certo confermata, la decisione di non giocare con i veleni messi a disposizione della nuova legge, fino a quando la nuova legge non sarà diventata ‟quella vecchia e abrogata”.
Berlusconi e la sua gente hanno recato all’Italia (che lasciano impoverita e scesa molto in basso nell’opinione del mondo) gravi danni. Adesso lasciano una legge contro l’Italia. Paradossalmente un simile evento ci rassicura. Quando abbiamo attaccato lui, non abbiamo mai attaccato l’Italia, come lui ha cercato di far credere. L’abbiamo difesa. È ciò che sta facendo, con la sua denuncia appassionata di questa legge distruttiva, Romano Prodi. Noi diciamo che i cittadini gli credono.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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