È rivoluzione in casa palestinese. Una serie di scossoni destinati a condizionare pesantemente le elezioni per il Parlamento previste per il 25 gennaio. L’altro ieri, alle votazioni dei consigli municipali in alcune tra le maggiori città della Cisgiordania, la parte del leone l’hanno fatta i candidati delle liste islamiche legate a Hamas. A Nablus, centro industriale del Nord, i fondamentalisti ottengono il controllo di 13 sui 15 seggi totali. Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, guadagna meno del 15 per cento dei voti. A Jenin, ancora più a Nord, Hamas prende 8 dei 15 seggi complessivi. E’già successo negli ultimi mesi che le liste islamiche ottenessero importanti risultati. Ma la novità sta nel fatto che a cadere sotto il loro controllo sono adesso i capisaldi della Palestina laica, tradizionalmente alleata all’Olp e in particolare al Fatah. A El Bireh, città di istituti finanziari, laica e pragmatica per eccellenza, i gruppi emergenti sfiorano il 72 per cento delle preferenze. ‟Una rivoluzione radicale. Un dato che stravolge tutte le aspettative. Sino a poche settimane fa prevedevamo al voto del prossimo gennaio una vittoria del Fatah con il 50 per cento dei voti e circa il 30 a Hamas. Ora il gioco si fa invece totalmente aperto. Potrebbe persino vincere Hamas” osservano i commentatori di Al Quds, il maggiore quotidiano palestinese. I motivi? Almeno due. Prima di tutto le crescenti lotte interne tra i successori di Yasser Arafat. Questa settimana si è infatti consumata la rottura tra i cosiddetti ‟leader dell’esterno” che sono gli anziani dirigenti tornati dalla diaspora di Tunisi a partire dal 1994 (ai tempi degli accordi di Oslo) e. invece. quelli ‟dell’interno” ovvero i militanti della prima e seconda intifada nati e cresciuti nei Territori occupati. Così, tre giorni fa, i seguaci di Marwan Barghouti, giovane leader della Cisgiordania al momento chiuso in un carcere israeliano, hanno costituito un nuovo partito (lo chiamano ‟Al Mustakbal”, Il Futuro) che ha notevolmente indebolito i ranghi di Fatah. Secondo motivo sono le accuse di corruzione al governo di Mahmoud Abbas. Accuse pesantissime, che vanno dal nepotismo, con cui lui stesso sta scegliendo i candidati al voto di gennaio, a quelle molto popolari contro i ‟metodi mafiosi” della polizia palestinese.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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