Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadi-Nejad non ha detto nulla di nuovo alle orecchie degli iraniani, quando ha lanciato le sue invettive contro lo stato ebraico: sono 27 anni che ‟morte a Israele” è tra gli slogan ufficiali ripetuti, ormai in modo stanco, in ogni occasione di regime. Ahmadi-Nejad è andato ben oltre, qualche giorno fa, quando ha dichiarato che l'Olocausto è ‟una leggenda” costruita in Europa. In realtà neppure questa è cosa nuova: l'Iran è tra i paesi musulmani che aveva dato ascolto negli anni `90 allo scrittore francese Roger Garaudy, con la sua tesi che lo sterminio degli ebrei nella Germania nazista è un'invenzione. La tesi negazionista piace a ‟falchi” e dottrinari, che ne fanno un argomento politico contro l'esistenza di Israele - come se si potesse dar credito ai rigurgiti di nazismo per difendere i diritti dei palestinesi. Quando il presidente iraniano auspica di ‟cancellare” Israele non fa gli interessi della causa palestinese che dice di difendere (anzi, fa un grande favore propagandistico a Israele stessa). Ma se il presidente iraniano, o qualunque altro governante al mondo, afferma che l'Olocausto è una leggenda, è in questione la nostra storia - non solo degli ebrei né della Germania, ma di tutti noi. Le dichiarazioni di Mahmoud Ahmadi-Nejad dunque sono inaccettabili e vanno condannate. La condanna non basta, dice qualcuno, ci vuole un gesto: per esempio escludere la nazionale iraniana dai prossimi Mondiali di calcio che si giocheranno proprio in Germania (così anche Mariuccia Ciotta sul nostro giornale). Ma a cosa servirebbe una simile esclusione: a riaffermare la memoria dell'Olocausto, moderare la leadership iraniana, incoraggiare il ‟dialogo tra civiltà”? Non credo. Temo piuttosto che avrebbe l'effetto di accentuare l'isolamento dell'Iran in una scena internazionale dominata dalla guerra - senza peraltro fare molto per fermare le derive negazioniste presenti nella stessa Europa.
L'Iran non è un regime di libertà, ma neppure una dittatura monolitica. C'è una dinamica politica nella società iraniana. C'è un fronte riformista sconfitto, dopo l'esperienza del presidente Mohammad Khatami, ma pur sempre vivo e vocale. Oppositori spesso censurati e perseguitati ma non zittiti. Ci sono organizzazioni della società civile che si battono per i diritti sociali e politici, avvocati che difendono i diritti umani. C'è una forte presenza femminile nella società e nella politica, nonostante che la negazione simbolica delle donne (il velo) sia un pilastro dell'ideologia ufficiale. C'è una produzione culturale sfaccettata, dal cinema alle sub-culture del web.
D'altro canto c'è un regime con apparati di consenso capillari. E un'economia che non decolla nonostante il paese sia potenzialmente ricco (petrolio), e una classe di grandi ricchi cresciuta all'ombra dei monopoli di stato - un altro pilastro del consenso.
Appiattire l'Iran negli stereotipi sarebbe sbagliato. Da Tehran vengono segnali diversi. Mercoledì prossimo rappresentanti dell'Iran e di tre paesi europei terranno colloqui ‟esplorativi” in vista di una ripresa del negoziato sul nucleare, e Tehran ha annunciato che non riprenderà alcuna attività atomica finché i negoziati sono in corso (non altrettanto flessibile sembra Washington, che lunedì ha ribadito il rifiuto di dare garanzie di sicurezza all'Iran se questa rinuncia alle attività nucleari: le continue minacce di attacco militare, per esempio da Israele, non spingono certo Tehran alla moderazione). Di recente la Guida suprema, massima autorità della Repubblica islamica, ha dato più poteri al Consiglio per il discernimento, istituzione dai poteri di veto presieduta da Hashemi Rafsanjani (l'ex presidente che persegue la normalizzazione con l'Occidente): uno schiaffo al neo-eletto presidente. Il dossier nucleare, che non era nelle mani del governo Khatami, non è neppure in quelle di Ahmadi-Nejad. Anzi, sembra quasi che questi abbia voluto tagliare l'erba sotto i piedi della fazione dell'establishment favorevole a riprendere il dialogo con l'occidente (Rafsanjani è tra questi), a partire proprio dal nucleare. Il presidente del resto è in difficoltà sulla scena interna, basti pensare quanto gli è stato difficile nominare un ministro del petrolio, con tre dei suoi candidati bocciati dal parlamento (conservatore): così si butta sulla mobilitazione ideologica.
Certo, quale che sia lo scopo perseguito dal presidente iraniano con le sue dichiarazioni sull'Olocausto, resta il fatto: sono le parole di un presidente della repubblica e sono inaccettabili. Ma per combatterle non commettiamo l'errore di isolare l'Iran più di quanto già non sia, e favorire le fazioni militariste di cui quel presidente è espressione
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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