Il mercato dei diritti di proprietà delle banche è stato, finora, un mercato a sovranità limitata dalla banca centrale. L’arresto di Fiorani e l’apertura di una procedura d’infrazione contro l’Italia da parte della Commissione Ue certificano che questo sistema non regge più, benché abbia avuto il consenso di quasi tutti i grandi banchieri preoccupati, non meno del governatore Antonio Fazio e della maggioranza della classe politica, di non consegnare alle banche internazionali, già egemoni nel merchant banking, anche il credito al dettaglio, il cosiddetto retail. Ma il modo scandaloso nel quale precipita la crisi del vecchio ordine, che si basa sul Testo unico bancario del 1993 e sulle connesse Istruzioni di Vigilanza, apre un vuoto che né la Commissione Ue né le procure possono riempire. Un vuoto nel quale il mercato è sospeso e la politica evapora, incapace di definire l’interesse nazionale al di sopra degli sdegni, legittimi e giustificati, per le storie lodigiane e bolognesi. L’intervento della magistratura ha l’effetto di ristorare i diritti sull’Antonveneta, che l’Abn Amro considerava violati a opera della Popolare di Lodi. Ma un mercato moderno non si costruisce solo per reazione. Anche perché non sempre la giustizia arriva, e arriva in tempo. La scalata occulta alla Popolare di Crema, che oggi offre materia a pesanti contestazioni a Fiorani & C., era stata rivelata da L’Espresso già nella primavera del 2002 e poi denunciata dalla Consob alla Procura di Lodi, ma senza alcun seguito. La stessa operazione era stata oggetto di una causa civile al Tribunale di Milano conclusa senza danni per Fiorani. Ciò vuol dire che la giustizia dipende certamente dalle capacità del magistrato di turno, ma forse anche dalla possibilità della banca lesa di influire a Roma e a Bruxelles senza dover temere, se è basata in Olanda, i condizionamenti della Banca d’Italia. Diversamente, quando è il pubblico generico a subire il danno (casi Cirio e Parmalat) o quando sono banche italiane a essere fermate (le Opa negate del 1999, il «salvataggio» Bipop-Carire), le inchieste non hanno uguale lo stesso impatto o non vengono nemmeno richieste. La magistratura, del resto, non può diventare un succedaneo della Vigilanza. Gli investitori vogliono regole chiare, nelle quali poter riporre la loro fiducia. E quando viene meno a causa dei cattivi comportamenti, la fiducia va restaurata. Negli Stati Uniti, la reazione del governo e della giustizia agli scandali finanziari è stata radicale e tempestiva con nuove leggi e sentenze esemplari. In Italia, la legge sul risparmio non è ancora approvata, e forse è meglio tanto è malfatta; per Tanzi, Cragnotti e le banche siamo ancora lontani dalle sentenze di primo grado. Una tale diversità di reazioni ha le sue ragioni storiche. Al di là dell’Atlantico sono i mercati finanziari a procurare alle imprese gran parte del capitale di rischio e di debito, e dunque la fiducia va restaurata subito per non fermare le Borse e, con esse, l’economia. In Italia, piazza degli Affari ha un ruolo marginale, destinato a convogliare le risorse dalle imprese agli azionisti più che viceversa. Qui contano le banche, e dunque possiamo traccheggiare. Ma non all’infinito. E non nel settore bancario-assicurativo che è presente in Borsa assai più di quello industriale. Gli arresti e l’azione dell’Europa hanno infatti la conseguenza di rendere ardua, se non impossibile, la difesa, per via amministrativa, del controllo nazionale sul credito. Senza lo scudo e l’alibi del governatore, le banche si ritrovano ora a dover accelerare i processi di concentrazione. Altrimenti, con le fondazioni ormai costrette ad accettare ogni eventuale offerta in base al mero prezzo per evitare il rischio di possibili cause, diventeranno prede.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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