Ancora qualche esame, poche ore di riposo. E questa mattina Ariel Sharon dovrebbe venire dimesso dall’ospedale. ‟Il premier ha unicamente bisogno di riprendersi. Il piccolo grumo di sangue che si era fermato nel cervello è stato sciolto con successo. Non ha mai perso conoscenza e non ha avuto alcun tipo di paralisi. Soltanto, poco dopo l’ictus, aveva perso temporaneamente la capacità di parlare con lucidità e appariva confuso. Non vi saranno effetti permanenti. Può tornare a casa”, hanno dichiarato i medici dell’ospedale Hadassa di Gerusalemme ieri. A casa dunque. Dopo due notti e un’intera giornata trascorsi in ospedale. Più tardi di quanto sperassero i politici che l’hanno seguito solo poche settimane fa nella rottura dal Likud conservatore e la nascita del nuovo partito di centro, Kadima. Ma prima che il ricovero del premier potesse pregiudicare in modo grave il suo futuro di uomo di governo. Perché in Israele nessuno nasconde che a questo punto la salute di Sharon sarà al centro della campagna elettorale in vista del voto del 28 marzo. ‟Se lui dovesse stare male e ritirarsi, anche il Kadima sparirebbe dalla mappa politica di Israele”, scrivono praticamente all’unisono gli editorialisti. Lo sforzo del premier e dei suoi consiglieri più prossimi è stato inevitabilmente quello di minimizzare ‟l’incidente”. Già domenica a mezzanotte, solo quattro ore dopo il ricovero, lui stesso si era imposto il tour de force di parlare personalmente al telefono con i giornalisti più importanti di Israele. ‟Sto bene, nessun problema, andiamo avanti. Avevo solo bisogno di qualche giorno di riposo”, ha detto scherzando ai tre quotidiani maggiori: Yediot Aharonot, Ma’ariv e Ha’aretz. Conversazioni brevi. ‟Certo non nello stile di Sharon, che in genere ama dilungarsi quando parla con noi. Però la voce era la sua, precisa, senza tentennamenti, forse un attimo affaticata”, ha detto tra gli altri Shimon Shiffer, uno dei commentatori di punta. Gli alti comandi militari si sono persino affrettati a sottolineare che Sharon è stato consultato durante la notte ‟per informarlo che era stata condotta un’operazione di bombardamento contro i luoghi a Gaza da cui vengono tirati i razzi Kassam sulle località in Israele”. Eppure non tutto è chiarito sino in fondo. Qui c’è chi ricorda che ci vorrà tempo per verificare davvero che non ci siano danni permanenti. ‟Quanto sono rimaste intatte le sue capacità mnemoniche? E la sua velocità di ragionamento?”, si chiede Nachum Barnea, uno degli editorialisti più graffianti dello Yediot Aharonot. È ancora lui a ricordare che in nome della sicurezza e della mobilitazione permanente ai media israeliani venne metodicamente impedito l’accesso alle cartelle mediche di alcuni tra i suoi più celebri premier ‟a rischio”: tra loro Golda Meir, Levy Eshkol e Menachem Begin. Di quest’ultimo venne addirittura tenuto nascosta la gravità di un infarto che condizionò pesantemente una parte della sua legislatura agli inizi degli anni Ottanta. Conclude polemico Barnea: ‟Le dichiarazioni vaghe dei medici dell’Hadassah sono più consone a un leader dell’ex blocco sovietico che non al primo ministro eletto di una moderna democrazia occidentale”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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