Vi ricordate la fortezza Bastiano de Il deserto dei tartari? Era l'avamposto della civiltà durante la lunga attesa dell'avanzata del nemico. Nel novembre del 2001, avvicinandomi alla prigione di Pol-e Charki in pieno deserto, a pochi chilometri da Kabul, l'impressione era quella di trovarsi di fronte alla leggendaria fortezza. Ma la triste realtà che appariva ai nostri occhi, appena usciti dal letto di un fiume che aveva sostituito la strada dopo i bombardamenti americani, spegneva ogni residua fantasia. Il famigerato carcere costruito in mattoni e fango si distingueva a malapena dietro la cortina di sabbia dello stesso colore.
Ai tempi dei taleban serviva soprattutto a rinchiudere chi contravveniva alle regole religiose imposte dai fanatici studenti di teologia. Chi veniva trovato con i capelli troppo lunghi, la barba corta, chi non andava in moschea o ascoltava musica veniva rinchiuso in una delle celle sovraffollate dell'enorme fortezza. Le milizie religiose si occupavano poi di torturare e seviziare i detenuti. Anche Hussein, l'autista che mi accompagnava, era stato rinchiuso due volte: una per la barba corta e l'altra perché era stato trovato con una cassetta di musica. Ma nel novembre del 2001 il carcere era vuoto: la popolazione aveva approfittato della recente fuga dei taleban per liberare tutti i prigionieri. Lo spettacolo era comunque raccapricciante: nelle celle i resti di coperte, medicine, cibo - che doveva essere fornito dai parenti -, carte, sporcizie di ogni tipo, i segni delle punizioni corporali imbrattavano ancora i muri.
Un luogo maledetto, fin dai tempi dell'occupazione sovietica, e rimasto tale anche dopo la partenza dei taleban. Il carcere è stato ricostruito ma la violazioni non sono cessate. Prima ancora del prossimo arrivo dei detenuti da Guantanamo, Pol-e Charki ne era già una succursale. Era stato un inviato dell'Onu, Sharif Bassiouni, a criticare in un suo rapporto dell'ottobre 2004 le deplorevoli condizioni di detenzione di 734 pachistani e afghani incarcerati illegalmente per 30 mesi. Ma Bassiouni è stato fatto fuori perché uomo troppo scomodo e Pol-e Charki continuerà a essere un avamposto di inciviltà.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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