Sulle montagne del Kashmir, sulla catena himalayana tra India e Pakistan, più di un milione di persone sta affrontando un inverno gelido in baracche di fortuna con i tetti di lamiera, mentre altri due milioni, o quasi, sopravvivono in tenda. Tra otto e dieci gradi di giorno, tra meno 2 e meno 12 di notte: le foto che arrivano ora da quelle zone ritraggono donne infagottate in scialli che spalano la neve davanti alla tenda, famiglie attorno a focherelli di legna, lo strato di neve candida che ingentilisce paesaggi di macerie. Così campano i sopravvissuti al terremoto che ha devastato il Pakistan settentrionale e parte del Kashmir indiano il 7 ottobre scorso. E quel terremoto è l'ultimo grande disastro naturale di un anno che era cominciato con un'altra catastrofe, l'onda di tsunami che si è abbattuta sulle coste di 13 paesi affacciati sull'oceano Indiano, dall'Indonesia all'Africa orientale passando per Thailandia, Sri Lanka, India... Tra lo tsunami nell'oceano Indiano e il terremoto sulle valli dell'Himalaya, altri disastri naturali hanno scandito il 2005 - anche se non tutti hanno «fatto notizia» allo stesso modo. In luglio, le piogge monsoniche più intense degli ultimi anni hanno provocato l'alluvione di Mumbai (Bombay), metropoli di 12 milioni di abitanti. Nell'estate poi è cominciata una serie di tempeste nel Golfo del Messico e nel Pacifico: 26 tempeste tropicali di cui 16 hanno raggiunto la categoria di uragano. Tra questi, Wilma, che ha investito la penisola messicana dello Yucatan in ottobre, è l'uragano più forte mai registrato da che esistono servizi meteorologici. Ma era stata Katrina, che ha investito le coste della Louisiana, a provocare i danni maggiori.
Disastri naturali all'ingrosso: lo tsunami ha ucciso 230mila persone, Katrina ne ha uccise 1.200 (e ha indirettamente provocato l'alluvione di una grande città, New Orleans); il terremoto in Pakistan ha fatto 80 mila morti e centomila feriti. Il costo umano è schiacciante. Anche il costo materiale è notevole: il rapporto preliminare diffuso un mese fa dalla Munich Re Foundation, centro studi della più grande compagnia d'assicurazioni mondiale, stima che i soli disastri naturali legati a eventi climatici (uragani etc) abbiano provocato danni per oltre 200 miliardi di dollari nel 2005: che così si rivela l'anno più costoso mai registrato (di questi, 70 miliardi erano coperti da assicurazione).
Si aggiungano i costi della ricostruzione in Pakistan (il governo di Islamabad li stima in 5 miliardi di dollari), e quelli della ricostruzione nelle regioni dello tsunami... E i costi incalcolabili: la sofferenza di chi ha perso persone e cose, le vite devastate. Disastri naturali. E però c'è qualcosa di umano anche in eventi così ineluttabili. Nulla può evitare l'onda di tsunami che segue un maremoto. Ma un sistema di allerta precoce, come quello che esiste nell'oceano Pacifico, può salvare molte vite. Non solo: dove le coste erano bordate di boschi di mangrovie ancora intatti, da dune con la loro vegetazione, da barriere coralline, l'impatto dell'onda è stato attutito, assai meno devastante che sulle coste disboscate. Il terremoto in Kashmir è naturale, ma non la povertà dei soccorsi. Katrina era un evento meteorologico, ma il disastro di New Orleans è tutto man-made, fatto dall'uomo - l'insieme di incuria nella manutenzione degli argini, speculazione edilizia, insipienza nei soccorsi.
E poi: è naturale l'aumentata frequenza degli uragani? Tra i meterologi nessuno lo afferma in modo definitivo, ma molti vedono un legame tra la violenza delle tempeste e l'aumento della temperatura della superfice dei mari dovuta all'effetto serra. Su una cosa c'è ormai consenso: il cambiamento globale del clima è la più grande sfida alla nostra sopravvivenza - nostra di umani e di molte altre specie del pianeta. Quanti altri disastri, prima che gli umani decidano di correre ai ripari?
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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