Ehud Barak è un uomo in attesa. Ehud Olmert potrebbe chiamarlo da un momento all’altro per proporgli un posto di rilievo nel nuovo partito Kadima ereditato da Sharon. Lui, formalmente ancora iscritto tra i laburisti, fa capire che non si tirerebbe indietro. ‟Il programma di Kadima per il ritiro unilaterale dai territori occupati è un’idea mia. E oggi lo sottoscrivo pienamente: Israele continui a ritirarsi dalla Cisgiordania, come ha già fatto a Gaza. Non importa se al momento non c’è un partner con cui trattare. Lo dissi già nel Duemila, quando Arafat rifiutò le mie proposte di pace ai negoziati di Camp David. Peccato, abbiamo perso 5 anni di tempo. L’importante è andare avanti. Non dobbiamo ritirarci sui confini del 1967. Ma annettere circa l’8 per cento della Cisgiordania e rimuovere le colonie isolate nel cuore delle zone arabe, dove vivono oltre 60.000 ebrei”. Decisamente in attesa, come dimostra in questa ora di intervista nel suo ufficio a Tel Aviv. Nel frattempo fa fortuna investendo in borsa, rappresenta all’estero alcune tra le maggiori industrie militari israeliane e tiene conferenze a pagamento sul Medio oriente. I giornalisti israeliani più introdotti sostengono che i suoi rapporti con Olmert siano ottimi. Addirittura il neopremier ad interim lo avrebbe aiutato al tempo delle elezioni del 1999 quando, pur se militando nel Likud di Benjamin Netaniahu, lavorò dietro le quinte per favorire la vittoria di Barak. Due mesi fa Sharon gli preferì Shimon Peres, a causa degli antichi dissapori tra militari al tempo dell’invasione in Libano del 1982 e anche perché Peres gode di maggior sostegno popolare. Ora però le cose cambiano. Olmert teme l’influenza di Peres nel Kadima, ma soprattutto ha bisogno di un militare esperto come Barak. Che fare con l’Iran? Come reagire all’anarchia in Cisgiordania e Gaza? E al pericolo di Al Qaeda in Libano e Giordania? Barak, il militare-stratega che ha scalato tutta la gerarchia sino al grado di 2001, non si tira certo indietro. ‟La società israeliana è molto stabile. Non ci saranno gravi contraccolpi alla scomparsa politica di un leader pur forte e importante come Sharon. Il Kadima sopravvivrà, anche se dobbiamo rivedere al ribasso gli ultimi sondaggi che gli danno sino a 42 dei 120 seggi alla Knesset. Per ora la gente lo sceglie nella speranza irrazionale di mantenere in vita il vecchio leader ricoverato in ospedale. Il vero test arriverà alle elezioni del 28 marzo, che non vanno assolutamente rinviate”.

Il merito di Sharon?
Non ha avuto tempo di elaborare il suo programma nel dettaglio. Ma ha detto chiaro agli israeliani che qui ci vogliono due Stati per due nazioni separate. E ha rivoluzionato la mappa politica, ormai non ci sono più destra e sinistra, Likud e laburisti. Occorre scegliere tra chi vuole battere il terrorismo e la violenza separandosi dai palestinesi, oppure restandone legati.

Considera possibile un blitz israeliano sull’Iran, come sul reattore nucleare in Iraq nel 1981?
Impossibile per noi. Sia dal punto di vista militare, sia soprattutto politico.

E allora cosa fare?
Il programma nucleare iraniano, assieme a quello missilistico, costituiscono una minaccia di destabilizzazione per l’intera comunità internazionale, con l’Europa in testa. Se la dittatura fanatica degli ayatollah arriverà all’atomica nascerà il pericolo molto reale che questa venga poi consegnata ai gruppuscoli del terrorismo internazionale, con conseguenze gravissime. È una sfida per la diplomazia occidentale, occorre che il Consiglio di sicurezza dell’Onu imponga un sistema rigidissimo di ispezioni. L’esperienza ci insegna che le sanzioni economiche non bastano. Occorre isolare il presidente Ahmadinejad. Pensando però che entro 5 anni il suo regime potrebbe venire sostituito da uno molto più moderato.

Però l’attuale capo si stato maggiore israeliano, Dan Halutz, sostiene che il programma nucleare iraniano può essere distrutto.
Nel 1981 il nostro bombardamento sul reattore iracheno di Osiraq venne duramente criticato dalla comunità internazionale. Solo più tardi molti ci hanno ringraziato. Di fatto abbiamo cancellato l’atomica di Saddam. Ma non penso si possa agire allo stesso modo contro l’Iran. Perché dal 1981 il regime di Teheran e quello in Corea del Nord hanno imparato la lezione. Gli iraniani in particolare hanno disperso i loro siti nucleari in due dozzine di località, spesso in bunker sotterranei immuni alle bombe dall’aria e addirittura in prossimità di centri civili. Inoltre Israele deve fare del suo meglio per non guidare la campagna anti-Iran.

Può spiegare?
Voglio dire che oggi Roma, Mosca o Parigi, sono in pericolo quanto Gerusalemme. Se noi reagissimo da soli alle minacce del presidente iraniano, l’Europa potrebbe tendere a nascondersi dietro l’alibi per cui questa sarebbe una questione che non la riguarda, ma piuttosto una faccenda privata tra Israele e Iran. Nulla di più falso.

Lei è noto per il suo pragmatismo. Se i fondamentalisti islamici di Hamas dovessero ottenere un forte risultato alle elezioni palestinesi previste per il 25 gennaio, Israele dovrebbe negoziare con loro?
No. Hamas è un’organizzazione terroristica che mira alla distruzione dello Stato ebraico. So bene che conduce anche attività caritative tra la sua gente. Ma non può diventare il nostro partner politico.

Neppure se è democraticamente eletta?
Sharon ha ragione nel pretendere che Hamas prima debba disarmarsi e cambiare la sua piattaforma politica.

Lei permetterebbe il voto agli arabi di Gerusalemme Est?
Alcuni gruppi palestinesi utilizzano questo argomento per rinviare le elezioni. Penso invece che noi si debba restare neutrali, non prestarci ad alcuna strumentalizzazione di sorta. Alle politiche del gennaio 1996 e alle presidenziali del gennaio 2005 i palestinesi hanno votato a Gerusalemme Est. Si può permetterlo anche oggi con gli stessi accorgimenti.

Abu Mazen ha fallito nella lotta ai gruppi armati come fallì a suo tempo Arafat? Direi che i due uomini sono molto diversi. Abu Mazen è più onesto, più democratico. Denuncia con coraggio il terrorismo. Però non è riuscito a imporre la legge e l’ordine in Cisgiordania e Gaza. Forse è troppo debole, forse ha paura, comunque ha perso il treno. E a noi non resta che la via del ritiro unilaterale.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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