Sharon uomo di pace? ‟Piano con questo tipo di definizioni. È vero che di fronte alla malattia di un uomo si tende a dimenticarne i difetti. Ma non mi spingerei tanto lontano da chiamare Sharon un pacifista. Credeva nella forza, era pronto a usarla. Quasi sempre in eccesso. Credeva che un arabo buono fosse solo un arabo umiliato. E non voleva trattare con i palestinesi, tanto che ha scelto di ritirarsi da Gaza senza nulla in cambio. Un errore che pagheremo carissimo. In qualche modo Sharon è stato fortunato, non ha avuto modo di vedere fino in fondo gli effetti deleteri del ritiro da Gaza”. Yossi Beilin rimane il convinto sostenitore del dialogo con i palestinesi che avevamo conosciuto quando, dietro le quinte, negoziò con Arafat gli accordi di Oslo nel ‘93. Pacifista a oltranza, da poco eletto leader del partito di sinistra Meretz, attende con pazienza che ‟il caos politico generato dalla malattia di Sharon si plachi” per capire quali saranno le sue carte dai banchi dell’opposizione.

Sopravviverà Kadima senza Sharon?
Direi di sì. Anche se, senza il suo leader fondatore, diventa un partito artificiale, che viaggia per forza d’inerzia. Sharon era il suo punto di riferimento, teneva assieme figure politiche diverse tra loro.

La stampa israeliana se la prende con Shimon Peres. Accusa l’anziano leader laburista di approfittare della situazione per ottenere da Ehud Olmert ciò che non aveva concesso Sharon. Pensa che potrebbe tornare nei ranghi laburisti?
Non credo proprio. Olmert ha bisogno di Peres, ma sa anche che questi è legato a lui. Direi che nelle prossime settimane assisteremo a una lunga serie di mercanteggiamenti. E Kadima perderà punti, dai 40 di seggi previsti dai sondaggi a 30.

Punti che vanno anche a vantaggio di Meretz?
Prevedo di guadagnare un paio di seggi, e di poterne ottenere in tutto 8-9 alle elezioni del 28 marzo. Così ci metteremo in coalizione con i laburisti di Amir Peretz e rappresenteremo una forza consistente a favore della ripresa della vecchia "road map" e il negoziato con i palestinesi.

Barak e altri leader vicini a Kadima si augurano che Olmert prosegua col ritiro unilaterale da parte della Cisgiordania.
Non credo assolutamente che possa farlo. Olmert non ha il carisma di Sharon. Solo lui aveva la forza per poter smantellare le colonie ebraiche senza nulla in cambio. Olmert dovrà invece dimostrare all’elettorato che ci sono concessioni da parte araba. E ciò non avverrà. Perché abbiamo sistematicamente ignorato i nostri partner nell’Autonomia palestinese.

Può spiegare?
E’ la conseguenza perniciosa dell’idea di Sharon, per cui è possibile abbandonare gli arabi di Cisgiordania e Gaza al loro destino senza cercare un partner. Pura follia. Si costruisce un bel muro e ci si illude che il problema non esista più. Così ora Gaza è caduta nel caos. L’autorità di Abu Mazen non c’è più. Al suo posto crescono gli estremisti islamici. Magari tra qualche tempo ci ritroveremo a dover rioccupare Gaza a causa del sogno dell’unilateralismo.

Alle elezioni palestinesi del 25 gennaio rischiano di vincere gli estremisti islamici di Hamas che predicano la distruzione dello Stato ebraico. Tratterà con loro?
Spero ancora possano avere la meglio i moderati del Fatah. Quanto ad Hamas, sono pronto a trattare a patto che vengano rispettate alcune condizioni.

Quali?
Le stesse che abbiamo preteso dall’Olp di Arafat nei primi anni Novanta: che cancellino le clausole del loro statuto che predicano di buttare tutti gli ebrei in mare, che riconoscano la risoluzione Onu 242 per la nascita di due Stati nella regione, che rinuncino al terrorismo.

Un merito di Sharon nel processo di pace?
Ha infranto il tabù per cui le colonie ebraiche nei territori occupati sono intoccabili. Questo glielo riconosco: è stato importantissimo.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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