‟Il passato non solo cambiava, ma cambiava in continuazione”, disse Winston, ripensando a dieci anni prima, quando il Grande Fratello non si era ancora insediato in Oceania. Il Piccolo Fratello è d’accordo con il protagonista di 1984. Basta ripensare alla letteratura: il canone letterario, ha scritto Cesare Segre, non si dà una volta per tutte, varia con il variare del gusto e della cultura. Oggi non si fa che parlare di canone. E non è una questione da poco, visto che il canone letterario è qualcosa che si avvicina al patrimonio che l’istituzione scolastica dovrebbe trasmettere alle nuove generazioni. L’ultimo numero della rivista ‟Vita e pensiero” apre una discussione al riguardo. Alfonso Berardinelli osserva che il solo canone italiano che abbia un senso è la Storia di De Sanctis (1870-71): primo perché De Sanctis ‟resta il nostro più grande critico” (ma non si dimentica di un certo Contini?), secondo perché lavorò in una fase storica cruciale in cui era lecito inventarsi una tradizione. A integrazione del famoso Canone occidentale di Harold Bloom (che comprendeva tra gli italiani solo Dante), Berardinelli segnala Collodi, Machiavelli e Casanova, cioè il padre di ‟una creatura di legno” e ‟due prototipi dell’italiano opportunista e privo di princìpi morali”. Se avesse ragione, non ci sarebbe da stare allegri. Carlo Ossola ritiene che Dante sia il miglior autore contemporaneo, perché continua a interrogarsi/ci su temi eterni e oggi particolarmente urgenti, come l’esilio. Ma per disegnare un canone del nostro secolo, partirebbe comunque dalle Lezioni americane di Calvino. Non per tutti Calvino è irrinunciabile. L’Istituto Treccani, pensando esplicitamente alla scuola, ha chiesto a un gruppo di studiosi e critici di votare i dieci scrittori italiani del secondo Novecento. Risultato: primi a pari merito Gadda e Morante con 5 voti; seguono Volponi, Meneghello e Fenoglio con 4; poi, con 3 voti, Primo Levi, Tomasi di Lampedusa, Parise, Eco, Tondelli e, appunto, Calvino. Il che sancirebbe il quasi declino di Sciascia, Pasolini e Moravia. Si potrebbe continuare con le sorprese. Le scelte, che potevano spaziare dal 1955 al 2005, si sono addensate negli anni ‘60, nettamente il decennio preferito. Giulio Ferroni addirittura ha concentrato la sua decina nello strettissimo giro 1957-’63. Formidabile il ‘63: Fratelli d’Italia, Una questione privata, La cognizione del dolore, Lessico famigliare, La tregua e Libera nos a malo. Niente male. Tra i viventi, svetta Meneghello su tutti. Alcuni degli interpellati hanno avuto anche il ‟coraggio” di citare scrittori nati dopo il ‘40, come Vassalli, Tabucchi, Moresco e Busi. E qualcuno si è spinto oltre, pronunciando i nomi di Lodoli, Mari, Franchini, Petrignani. Nove e Mazzucco sono i soli rappresentanti dei quarantenni. Più ci si avvicina ai nostri anni più i pareri sono discordi. È logico. Nell’elenco pubblicato dal sito Treccani ci sono incomprensibili sfasature cronologiche: per esempio La chimera di Vassalli viene registrata nel ‘94 ma è del ‘90; i Sillabari nell’84 ma sono del ‘72 e dell’82. Peccato per una proposta destinata alle scuole... Si diceva delle amnesie dei critici. È sempre la solita storia: se Bloom si permette di escludere Petrarca e Leopardi dal suo Codice, liberi tutti di sparare la propria sentenza. Del resto, il canone, come si diceva, non è dato una volta per tutte. Forse Dante non sarebbe stato inserito tra i modelli del Sei e del Settecento. Liberi dunque, i critici chiamati dalla Treccani, di ignorare Soldati, di cui tanto si ripubblica in questi mesi. Liberi di dimenticare Emilio Tadini, Lalla Romano e Anna Maria Ortese. Non pervenuti Fruttero & Lucentini? Non pervenuto Scerbanenco in un’epoca ‟giallo-noir” come la nostra? Liberi tutti. Del resto, si sa, il treno dei desideri (dei lettori) nei pensieri della critica all’incontrario va...
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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