L’opinione pubblica iraniana? ‟Con il regime per la costruzione della bomba atomica. Ma contro Mahmud Ahmadinejad quando si scaglia contro Israele e nega l’Olocausto”, parola di Menashe Amir, uno dei più noti osservatori israeliani dei media iraniani. Nato a Teheran, immigrato ventenne in Israele nel 1960, Amir ha trascorso tutta la sua carriera a monitorare radio, tv e pubblicazioni iraniane, oltre a dirigere il canale in farsi della radio nazionale israeliana.

L’Iran scongela il programma nucleare e torna all’indice della comunità internazionale. Ma la popolazione non è stanca di vivere nel Paese paria per eccellenza?
Siamo di fronte a una dittatura attenta, pervasiva, dove la gente evita di esprimersi con troppa chiarezza. Per la maggioranza degli iraniani la bomba atomica è una questione di prestigio. Sostengono qualsiasi regime che persegue il programma nucleare. L’iraniano medio è un fiero nazionalista. Per lui tutto ciò che dà forza e rispetto al Paese va sostenuto senza riserve.

Atomica come strumento di prestigio?
Non solo. Qui le memorie della guerra contro l’Iraq negli anni ‘80 restano una profonda e collettiva ferita. Anche ieri Rafsanjani, molto più moderato di Ahmadinejad, ha ripetuto che se Saddam avesse avuto l’atomica l’avrebbe tirata su Teheran senza alcuno scrupolo. La convinzione più diffusa è che in una regione tanto esplosiva, dove gli iraniani si sentono circondati da nemici e potenziali colonizzatori, l’atomica resta l’unica polizza di assicurazione.

Nessun tipo di opposizione? Qualche isolato intellettuale, tra le personalità fuggite all’estero. Ma non hanno alcun peso rilevante.

E come vedono le minacce contro Israele?
Male. Le ritengono provocazioni che non portano a nulla di positivo. La nostra radio riceve tante telefonate di iraniani, che vogliono scusarsi a nome del loro Paese per le parole cariche di veleno di Ahmadinejad. Stamattina, una signora, una musulmana sciita di Teheran, ci ha offerto uno dei suoi reni per donarlo a Sharon, se per caso ne avesse bisogno una volta uscito dal coma.

Qualche possibilità di cambio di regime?
Non credo. Non vedo alcuna possibilità di ricambio democratico. E un colpo di Stato è impensabile senza un solido aiuto dall’esterno, che non vedo materializzarsi.

Ahmadinejad può dormire sonni tranquilli?
Direi di sì. È sostenuto quasi senza riserve dall’aristocrazia religiosa. L’esercito non lo mette in dubbio. E in più si sente vincente, sta penetrando in Iraq grazie alla nuova supremazia sciita dopo la caduta di Saddam”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>