Qualcuno lo considera già il successore più probabile di Abu Mazen alla guida dell’Autorità palestinese. Mohammed Dahlan, 44 anni, un passato da ‟duro” del Fatah e responsabile dei servizi di sicurezza messo in piedi sin dal 1994 da Yasser Arafat a Gaza, si schermisce. ‟Pensiamo prima a vincere le elezioni e poi vedere quali saranno i nostri equilibri di forza con Hamas”, dice, senza nascondere anche lui la preoccupazione che il fronte islamico possa ottenere un successo al voto del 25 gennaio. Eppure secondo indiscrezioni locali pochi giorni fa, con il crescere delle accuse di corruzione contro i ranghi del governo palestinese e del caos a Gaza, Dahlan avrebbe duramente apostrofato Abu Mazen. Una rottura che ora lui minimizza. ‟Abbiamo un governo, regole e gerarchie che tutti dobbiamo rispettare”, dice. Ma si sente chiaramente in posizione di vantaggio. Ieri lo abbiamo seguito per tutto il pomeriggio nei comizi elettorali della sua circoscrizione, a Khan Yunis, nella regione meridionale di Gaza. Alla fine ci ha concesso quest’intervista.

Si dice che il presidente Abu Mazen sia depresso e abbia perso il controllo della situazione. A Gaza e in parte della Cisgiordania regna l’anarchia. Dahlan è l’alternativa?
Da dopo il rapimento dell’italiano che accompagnava una delegazione del Parlamento europeo a Gaza, circa due settimane fa, qui le cose sono nettamente migliorate. Io stesso ho incontrato i rappresentanti delle formazioni armate e ho raccolto la promessa che la campagna elettorale e il voto si svolgeranno senza violenze. Da allora la tregua tiene. Ancora ieri sera (due giorni fa per chi legge, ndr) ho riunito a Khan Yunis i capi di 13 gruppi armati, dalle Brigate al Aqsa del Fatah alle Ezzedin el Qassam di Hamas, e tutti mi hanno garantito che intendono mantenere il patto.

Ma il Fatah sta perdendo punti.
È vero, nell’ultimo anno il Fatah ha dovuto superare una grave crisi. Sono emerse carenze nella nostra leadership, non lo posso negare. Ma da qualche tempo abbiamo avviato il confronto politico diretto tra Fatah e Hamas, stiamo rielaborando le nostre politiche, anche se inevitabilmente saremo penalizzati alle urne.

E il suo scontro personale con il presidente Abu Mazen?
No, questa è una storia inventata dai servizi segreti israeliani. Nel Mossad c’è chi vorrebbe sviare l’attenzione dai problemi causati dalla malattia di Sharon e le accuse di corruzione contro lui e i suoi figli.

Un kamikaze della Jihad islamica si è fatto esplodere nel centro di Tel Aviv. Lo condanna?
Certo che lo condanno, noi siamo contrari a quei sistemi di lotta. Ma non c’entriamo. Si tratta di una nuova manifestazione dello scontro interno al fronte islamico tra Hamas, che partecipa alle elezioni politiche dopo aver boicottato quelle del 1996 e le presidenziali dell’anno scorso, e Jihad, che invece continua a restarne fuori.

Dopo il voto potreste fare un governo di unità nazionale con Hamas?
Dovremo valutare, ci saranno 45 giorni di tempo per fare il governo. Comunque, ritengo che la partecipazione di Hamas al voto sia un bene per tutti, obbliga i radicali a pensare in termini politici.

Israele, l’Europa e la comunità internazionale potrebbero boicottare un governo di Hamas.
Hamas dovrà accettare le nostre linee rosse. Rispettare l’Anp. Abbiamo già detto che l’Europa costituisce per noi un partner irrinunciabile, non siamo assolutamente pronti a penalizzare questo rapporto per l’alleanza con Hamas. Così anche le sue correnti più estremiste dovranno scegliere: non possono essere allo stesso tempo parte del governo e guerriglia armata al di fuori delle regole.

Bloccherete i kamikaze?
Le possibilità di successo del nostro sforzo in questo senso dipendono anche dal processo politico con Israele. È ovvio che si sta aprendo una fase nuova, speriamo in una ripresa al più presto dei negoziati di pace.

Olmert è meglio di Sharon?
Non voglio dire che sia meglio, però è un pragmatico, un realista. Mi sembra potenzialmente un buon partner. Penso che non sarà difficile aprire un dialogo con lui in un prossimo futuro.

Dall’Iraq i terroristi di Al Qaeda sono arrivati in Giordania e nel Sinai. Quando entreranno in Palestina?
Posso dire che Al Qaeda non è presente in Cisgiordania e Gaza. E non ci arriverà mai, perché i palestinesi non la vogliono. Noi lottiamo per liberare la nostra terra, non ci interessano le cause di Al Qaeda.

A Nablus, Qalqiliya e Rafah ci sono gruppi armati di Fatah che minacciano di attaccare i seggi il giorno delle elezioni. È un rischio vero?
Non credo. C’era questa minaccia, ma ora è molto diminuita. Posso comunque dire che nella mia circoscrizione tra Khan Yunis e Rafah è stato del tutto superato.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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