Tempesta sulle elezioni palestinesi. A tre giorni dal voto, l’Autorità nazionale palestinese per volere del presidente Mahmoud Abbas ha impartito ieri sera l’ordine di chiusura della nuova emittente televisiva Al Quds (il nome arabo di Gerusalemme) del gruppo islamico Hamas, che aveva iniziato le trasmissioni sperimentali il 7 di gennaio dagli studi di Jabalia, il campo profughi nel Nord della Striscia di Gaza. Una mossa destinata a inasprire il braccio di ferro tra il Fatah, la corrente maggioritaria dell’Olp che dal ‘94 governa nei territori occupati, e il blocco islamico. Ma a Gaza sono in pochi a credere che la polizia palestinese (circa 67.000 uomini tra Cisgiordania e Gaza) passerà mai a sigillare gli studi. ‟È un annuncio puramente dimostrativo. Tra gli stessi dirigenti del Fatah non c’è accordo con la decisione di Abbas”, dicevano ieri sera i giornalisti locali. E’un fatto che comunque la nuova emittente rappresenta una sfida diretta per l’Autorità palestinese. ‟Ci temono perché stiamo costruendo una nuova opinione pubblica che non esita a criticare la corruzione del governo e a sposare la voce dell’Islam. Hanno talmente tanta paura che non hanno mai concesso alcuna autorizzazione per la nostra emittente. Per loro noi siamo illegali. Ma non osano toccarci”, ci raccontava due giorni fa il direttore 45enne dell’emittente, Fathi Hammad, un ‟duro” fondamentalista, che giustifica l’attentato suicida perpetrato dalla Jihad islamica nel centro di Tel Aviv giovedì scorso e rifiuta il negoziato con Israele. L’incontro è avvenuto in un anonimo appartamento di Jabalia. ‟Non ci fidiamo a portare ospiti negli studi, non vorremmo fossero presi di mira dai missili israeliani”, ha spiegato. Il suo responsabile per i notiziari, il 26enne Ibrahim Daher, racconta come è organizzato questo che sta diventando il nuovo fenomeno mediatico della regione. ‟Abbiamo 20 giornalisti, quasi tutti di un’età compresa tra i 25 e 30 anni. Una decina ha frequentato i corsi di aggiornamento organizzati nel Qatar da Al Jazira e faremo in modo che ci vadano tutti nei prossimi mesi”, spiega. Per il momento trasmettono per 14 ore al giorno, comprese due ore di lettura del Corano, tre di cartoni animati, quattro di campagna elettorale per i candidati di Hamas e altre due di canzoni religiose islamiche. Non stupisce che Fatah ne abbia paura. Gli indici di ascolto della sua Tv Palestina restano irrisori. Mentre in molte case Al Quds sta prendendo il posto delle due emittenti più popolari nel mondo arabo: Al Jazira e Al Arabiya. Gli ultimi sondaggi danno a Fatah il 42% delle preferenze contro il 35 a Hamas. Ma, se si calcolano i candidati indipendenti allineati con il fronte islamico, sembra che i radicali possano addirittura ottenere la maggioranza assoluta. A Gaza non si esclude che i gruppi armati del Fatah, se mercoledì dovessero rendersi conto che per loro si avvicina la sconfitta, siano pronti ad attaccare i seggi per boicottare le operazioni di voto. A quel punto le milizie di Hamas potrebbero intervenire, al costo di rischiare la guerra civile. Il timore che Hamas possa eliminare il governo moderato (anche se sino ad ora corrotto e impotente contro la violenza) di Mahmud Abbas è tale che anche Israele sta intervenendo per sostenere il Fatah. Ieri le autorità militari hanno tra l’altro permesso un’intervista senza precedenti di Al Jazira a Marwan Barghouti, il numero uno delle liste elettorali del Fatah, che però è chiuso in carcere con l’accusa di strage e la condanna a 5 ergastoli. Barghouti, più nettamente di Abbas, si è detto favorevole a un governo di coalizione Hamas-Fatah.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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