Il gruppetto di uomini in civile, ma armati di Kalashnikov e bombe a mano, cammina veloce senza guardare il carnevale di manifesti elettorali, slogan e bandiere verdi gialle e rosse lungo la strada. La gente li lascia passare intimorita. Loro sventolano i mitra come fossero clave. La polizia se ne resta a distanza. Sono una pattuglia degli Al Masri, il clan famigliare di Bet Hanun, appena a Nord di Gaza City, che da un mese fa battaglia con quello degli al Kafarnah. Il motivo? ‟Tutto è iniziato dallo scontro stradale tra un carretto tirato da un mulo degli Al Masri e un’auto dei Kafarnah. Si sono sparati contro, sono iniziate le vendette, da allora ci sono stati almeno 10 morti” raccontano a Gaza. Una delle tante storie della progressiva tribalizzazione tra il quasi milione e mezzo di residenti nella ‟striscia della disperazione”, che sino all’ultimo ieri ha condizionato la vigilia delle elezioni. Oggi si voterà in tutti i territori che vennero occupati da Israele al tempo della guerra del 1967. Le seconde elezioni politiche dopo quelle del 1996 e le presidenziali di un anno fa. Ma a Gaza più che altrove resta il timore del caos crescente. Non tanto per la sfida elettorale tra il Fatah del presidente Mahmoud Abbas e il fronte islamico di Hamas (gli ultimi sondaggi indicano che i primi potrebbero ottenere 59 seggi contro 54 per i secondi sui 132 del Parlamento). Ma quanto per la violenza tra i clan famigliari (le Hamule, come vengono tradizionalmente chiamati nel mondo arabo). Ieri sette tra i gruppi di fuoco più estremisti dei due schieramenti (tra loro le Brigate Al Aqsa per il Fatah e Ezzedin al Qassam per Hamas) hanno firmato un ‟patto d’onore”, in cui affermano di astenersi da qualsiasi forma di violenza per non disturbare il voto e gli scrutini. Ma a Gaza la paura è che le ‟hamule” tornino a darsi battaglia per questioni di criminalità, onore e controllo del territorio. ‟Certo questo è un problema grave. Ricordo che, quando venni come osservatore al voto del 1996, la questione sicurezza era inesistente. Oggi rappresenta la grande incognita” afferma il generale dei Carabinieri Pietro Pistolese, che da circa 2 mesi comanda la settantina di osservatori internazionali (gli italiani sono 10) a Rafah, il valico di frontiera con l’Egitto. ‟La tribalizzazione della società palestinese giocherà un ruolo fondamentale anche alle elezioni. Interi clan famigliari seguono ormai gli ordini di voto dettati dai loro capi” conferma Eyad Sarray, noto sociologo di Gaza.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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