Basta poco per cogliere quanto Hamas sia più popolare del Fatah. Il comizio elettorale dei candidati per l’Autorità palestinese di Mahmoud Abbas si tiene in un grande tendone montato nel cortile della scuola media Ibn Rushd, ossia Averroè. Non più di mille militanti in uno spazio ristretto nel centro. Nulla a che vedere con quello del fronte islamico. Almeno 25.000 persone, anche se gli organizzatori parlano entusiasti di ‟oltre 50.000” guardando alle file di auto bloccate dal traffico che arriva dai villaggi sulle colline. Con gli altoparlanti che echeggiano slogan e canzoni religiose nell’enorme padiglione del nuovo mercato ortofrutticolo, un capannone di lamiera costruito in periferia nel 2002, dopo che i gruppi più fanatici tra i coloni ebrei che si sono asserragliati nel cuore storico della città hanno paralizzato ogni attività araba nella vecchia casbah. Così ieri a Hebron l’ultima giornata della campagna elettorale ha assistito alla celebrazione molto visiva di quello che qui molti considerano un risultato scontato: la valanga di voti a favore di Hamas a scapito di Fatah e degli eredi del vecchio Olp, ormai sempre più orfano di Yasser Arafat. La politica palestinese si tinge inesorabilmente di verde: verdi le bandiere; verdi gli slogan sui muri che inneggiano ai ‟martiri” kamikaze nelle piazze di Israele e ai loro leader assassinati; verdi i cappellini distribuiti tra la folla. ‟Non è neppure escluso che Hamas possa ottenere più voti del Fatah, specie se si considera che molti tra i candidati indipendenti sono legati al fronte islamico. Potremmo presto scoprire che gli ultimi sondaggi, che danno Fatah in testa con il 42 per cento delle preferenze contro il 35 per Hamas, vanno invece rovesciati” dicono i giornalisti locali. È comunque un fatto che negli ultimi giorni gli stessi leader del Fatah hanno ridotto i toni della polemica con l’opposizione e parlano invece sempre più apertamente della necessità di un ‟governo di unità nazionale”. È il caso tra gli altri di Jibril Rajub, ex capo della polizia di Arafat e oggi consigliere per la sicurezza di Mahmoud Abbas. ‟Certo che dobbiamo creare un fronte unitario con Hamas. Lavoreremo assieme. Europa e Stati Uniti farebbero bene a tacere e attendere il responso delle urne, prima di scagliarsi contro Hamas. E comunque sono convinto che c’è una vena molto pragmatica tra di loro. Una volta ottenuta la legittimazione politica dalle urne, dovranno guadagnarsi quella internazionale mostrando una nuova moderazione” ci dice appena sceso dal palco. Un tema che scotta quello pubblicato ieri mattina da tutti i quotidiani locali, per cui appunto le diplomazie europea e americana avrebbero promesso a Israele di ‟non riconoscere” alcun governo palestinese che comprenda gli estremisti islamici. ‟I governi occidentali commetterebbero un errore madornale. Prima di tutto perché è assurdo e ingiusto predicare le regole della democrazia e poi invece rifiutare la volontà espressa dall’elettorato palestinese. E in secondo luogo perché così facendo porterebbero acqua al mulino delle correnti più estremiste. A chi nel mondo islamico predica la guerra totale contro l’Occidente” dice Aziz Dweik, 58 anni, professore di geografia urbana all’università di Hebron e candidato numero 15 sulle liste locali di Hamas. Da Gaza gli fa eco uno dei massimi leader del movimento, Mahmoud Zahar, che pur ripetendo il vecchio adagio per cui ‟con Israele non si tratta” ammette l’ipotesi che i contatti possano avvenire per intermediari. Dweik si spinge ancora più in là. Difende la legittimità del terrorismo contro i civili ‟come forma di resistenza” ma dice anche che si può ‟continuare la tregua e persino terminare la lotta armata, se Israele non riprende le sue azioni militari”. Hamas è pronta a cancellare la sua piattaforma, che prevede uno Stato islamico al posto di Israele? ‟Penso di sì. Sempre che Israele si ritiri integralmente da Cisgiordania e Gaza”. Una voce moderata, ricorda la transizione dell’Olp nel 1989. Ma Dweik sa bene che tra i suoi ranghi restano i profeti della guerra totale. E aggiunge: ‟Stiamo cambiando. Stiamo diventando una forza politica nuova”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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