Il fronte islamico diventa una forza politica centrale nella Palestina post Arafat. Nell’incertezza dopo la chiusura delle urne, ieri sera, almeno un dato è chiaro: Hamas assume un ruolo fondamentale e Fatah quasi certamente non potrà più governare senza tenerne conto. Le proiezioni parziali del voto hanno visto via via assottigliarsi il vantaggio iniziale di Fatah. In un primo tempo era sembrato che il partito del presidente Abu Mazen prevalesse con il 40% delle preferenze, contro il 30% di Hamas. Poi una proiezione dell’Università di Bir Zeit dava il 46,4% a Fatah (pari a 63 seggi sui 132 complessivi) e 39,5% ad Hamas (58 seggi). Un altro istituto, quello del politologo Khalil Shikaki, dava al Fatah 58 seggi contro i 53 di Hamas. Verso la mezzanotte si parlava però di ‟quasi pareggio” tra le due forze. E si intensificavano le voci di una ‟possibile, clamorosa vittoria degli islamici”. Quasi nulla invece l’incidenza delle formazioni minori: la politica palestinese diventa bipolare. Israele reagisce subito all’avanzata di Hamas: non potremo accettare, dice il premier Olmert, una situazione in cui Hamas, armato e non riformato, diventi parte del governo palestinese. Lo stesso dice, poche ore dopo, da Washington il presidente Bush.
A Hebron, considerata la capitale religiosa della Cisgiordania, si indicava Hamas al 70 per cento. ‟A Gaza City, Hamas ha guadagnato tutti i seggi disponibili”, osservano fonti giornalistiche locali, ma l’università di Bir Zeit suggerisce il contrario. I leader di entrambi gli schieramenti cantano vittoria. ‟Trionferemo ancora di più con il passare delle ore”, esulta il ministro dell’Informazione Nabil Shaat, di Fatah. ‟Abbiamo la vittoria in tasca, saremo noi a decidere il governo”, gli risponde Mahmoud Zahar, leader di spicco per Hamas. Tra i pochi dati certi, quello dell’affluenza: 77 per cento. ‟Una grande vittoria per la democrazia. Contro chi temeva lo scoppio della guerra civile”, dice ancora Shaat. Un dato simile a quello delle prime elezioni politiche nel 1996, quando il processo politico, iniziato con gli accordi di Oslo del 1993, vedeva la sua prima importante legittimazione popolare. Allora però il risultato era scontato. Il blocco islamico boicottò il voto, e Yasser Arafat ebbe gioco facile a stravincere con il Fatah. Un monopolio politico però via via minato dal malgoverno, dalle accuse di corruzione e dal progressivo congelamento del processo di pace con Israele. Il punto di forza di tutta la campagna elettorale condotta da Hamas è stato infatti la lotta contro la corruzione, per il cambiamento. Ancora ieri mattina a Jabalya, uno dei principali campi profughi della Striscia, la gente ripeteva all’unisono: ‟Vogliamo facce nuove al governo”.
Nonostante gli slogan inneggianti alla guerra con Israele e le gigantografie dei ‟martiri” suicidi negli attentati, gli argomenti più ascoltati erano quelli di politica interna. ‟Vogliamo amministratori puliti, capaci di fermare il caos e controllare la polizia”, dicevano gli elettori in fila davanti ai seggi di Khan Younis, una delle cittadine più colpite dalle lotte tra le grandi famiglie. Le operazioni di scrutinio si svolgono nei seggi sotto la protezione di migliaia di poliziotti. Troppo pericoloso trasportare le urne negli uffici centrali. Sino a ieri sera si erano temuti scontri fra i gruppi estremisti. Ma gli incidenti si contano sulle dita di una mano. Resta però il rischio che la violenza possa scoppiare nelle prossime ore.
A tarda sera Gaza era percorsa da convogli di militanti dei due campi, armati di mitra. Con il passare delle ore sono anche cresciute le accuse di brogli. Hamas sostiene che soprattutto a Gerusalemme il Fatah avrebbe distribuito schede precompilate agli elettori. Ma la commissione elettorale ribadisce l’assoluta correttezza del voto.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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