Nella grande tradizione dell’opera italiana il buffone porta sempre tragedia. Ma nel sacco di Rigoletto, questa volta ci sono gli italiani.
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Un giorno della scorsa settimana, nel corso del suo nono monologo incontrastato alla Tv pubblica, Silvio Berlusconi, capo del Governo, capo delle televisioni italiane e protagonista sia dei media che possiede che di quelli che controlla, ha dichiarato alla giornalista Maria Latella: ‟L’Unità una volta ha scritto che sono peggio di Saddam Hussein, che sono un dittatore. La sera stessa qualcuno ha cercato di farmi fuori”. Ho citato testualmente da un comunicato Ansa (25 gennaio, ore 13.02) che aggiunge la seguente frase: ‟Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi nel corso del programma ‟Sky TG 24 pomeriggio”, raccontando un episodio avvenuto qualche tempo prima, ma senza riferire ulteriori dettagli”.
Con questa frase neutra finisce una storia giornalistica e giudiziaria di un evento di evidente e drammatica importanza: un attentato alla vita del presidente del Consiglio.
Se pensate che in questa Repubblica, e in questo mondo giornalistico, a me è stato intimato di comparire (l’8 febbraio prossimo) di fronte all’Ordine dei Giornalisti di Roma per difendermi dall’aver detto che Bruno Vespa (Bruno Vespa) è un giornalista vicino al mondo di Berlusconi (come dimostra il non dimenticato ‟contratto con gli italiani”), non potete non domandarvi che ne è stato della drammatica denuncia di Berlusconi contro ‟l’Unità”. L’Ordine dei giornalisti non dovrebbe interessarsi a un giornale indicato come mandante di omicidi? Hanno attentato alla vita di Berlusconi? Dove, quando, perché non c’è denuncia e intervento della Digos e informazione al Parlamento? Una simile circostanza non fa notizia? Nessuno vuole chiedere al primo ministro (candidato senza risparmio di mezzi e violazioni di leggi a governare altri cinque anni) almeno i dati essenziali, la data, il luogo, gli accertamenti, i possibili esecutori, di un evento tanto clamoroso da essere unico al momento nel mondo dei governi democratici?
Non si tratterebbe altrimenti di una pesante intimidazione alla stampa libera (chi mi critica mi uccide?)
Posso assicurare lettori, colleghi giornalisti ed eventuali investigatori: questo giornale mai, neppure nelle vignette e nelle battute umoristiche, ha paragonato Silvio Berlusconi a Saddam Hussein. Il fatto è a prova di verifica, ma non sembra che tale verifica sia stata tentata da alcuno. Tuttavia l’accusa inventata contro l’Unità, spiega perché, rispettivamente, nella imparziale trasmissione ‟Porta a Porta” e poi in ‟Otto e mezzo” (che almeno non reclama equidistanza dalle parti) si sia accusato questo giornale di essere ‟una testata omicida” (‟Porta a Porta”) e ‟un giornale criminoso” (‟Otto e mezzo”). A quel tempo ero il direttore del giornale, e a me erano dirette le offese (Filippo Facci, su ‟Il Giornale” del padrone Berlusconi ha dedicato al mio distacco dall’‟Unità” questo saluto: ‟ma vada al diavolo” su cui l’Ordine dei giornalisti di Roma e Lazio non ha battuto ciglio).
Ma quelle offese adesso ritornano con una loro paradossale motivazione. Ed è adesso che ci stupisce il silenzio e il voltarsi dall’altra parte di tanti che per mestiere raccontano, accertano, documentano, chiariscono, verificano e spiegano, insomma il mestiere del giornalista.
Guardando a questo silenzio di un mondo per cui abbiamo stima, perché è il nostro mondo, è impossibile non domandarci se non ci sia in giro vera paura.
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Impossibile evitare la domanda (anche perché ritorna in ogni conversazione con giornalisti non italiani): ma possibile che non vogliate sapere nulla di un attentato alla vita di Berlusconi, un attentato che è seguito a un articolo di giornale che è stata una incitazione al tentato atto delittuoso?
Se lo raccontate così, per forza vi domandano, fuori dall’Italia: ‟Ma dal momento che è Berlusconi stesso a denunciare un attentato fortunatamente sventato però avvenuto contro di lui, perché i vostri colleghi non si occupano di un fatto così grave?” Chissà, noi finiamo per dire, allo scopo di concludere in qualche modo la scena patetica. Forse l’Ordine dei giornalisti interverrà per difendere la testata incriminata. Come fa un giornale a dire di se stesso: noi non siamo assassini?
In America sarebbe intervenuto prontamente il ‟Comitato per la protezione dei giornalisti”. Poiché, come il ‟Civil Rights Watch” che denuncia le violazioni dei diritti civili, si divide in due osservatorii, uno del proprio Paese e l’altro del mondo, mi aspetto e mi auguro un intervento in Italia dell’”International Committee to protect Journalist”. Per proteggerci almeno dalla accusa televisiva, remota, inspiegata - e di cui nessuno chiede spiegazioni in Italia - di essere mandanti e complici di un tentato omicidio.
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Dopo tutto Berlusconi sta davvero infrangendo ogni legge o patto o normale comportamento di minima decenza della vita democratica, occupando uno dopo l’altro tutti gli spazi possibili della televisione italiana. E il fatto da notare è che ciascun conduttore si sottomette, ciascuna testata, rete o azienda, riaggiusta i propri palinsesti e programmi pur di fare spazio, come se si trattasse di un atto dovuto. Sono, paradossalmente, le stesse persone che ti sgridano se metti appena in dubbio l’assoluta superiorità di Vespa alle beghe di questo mondo. Ma non ti spiegano perché quel potere di difesa non lo usano a favore degli spettatori che pagano il canone e sono forzati a essere ‟audience” per vedere e ascoltare, con i mezzi delle reti di Stato, una sola persona che è già fuori legge per il solo fatto di controllare quelle reti, di essere proprietario delle tv private, e che si permette, in ogni intervento a nostre spese, sulla nostra televisione di Stato, di negare tutto. Usa le reti occupate per dire che lui non le occupa, anzi, mentre è in onda precisa di odiare la televisione, si serve dello spettacolo stesso del conflitto di interessi per dire che lui, a differenza di Prodi e Fassino (che non possiedono nulla) non ha mai mischiato affari e politica. Te lo dice mentre mischia tutto quello che vuole, accolto con cordialità dagli astanti e da coloro a cui la legge affida la nostra difesa.
Sentite come lo descrive il ‟New York Times” (27 gennaio): ‟Visionario o folle che sia, Berlusconi getta se stesso, con tutta la sua energia in un blitz dei media italiani che non ha alcun precedente: un monologo quasi ininterrotto di vendita di se stesso agli elettori italiani che - dimostrano i sondaggi - non sono molto entusiasti di lui dopo i cinque anni del suo governo. ‘Ciclone Silvio’, intitola questa settimana ‘Panorama’, uno squillo di tromba dalla copertina di un settimanale di sua proprietà. La politica, ha detto tra la meraviglia dei presenti, non ha mai aiutato i miei affari. Subito dopo si è recato a un programma sul calcio. Lui possiede non solo la stazione da cui trasmetteva, ma anche la squadra di calcio del Milan”.
Benevolmente il giornale americano ha trascurato di dire che, oltre al Milan, Berlusconi possiede anche Galliani, presidente di quella impresa-squadra di calcio, e attraverso Galliani possiede anche tutte le apparizioni del calcio italiano in televisione, che per un presidente del Consiglio che non ha mai fatto affari con la politica, non è un affare da poco.
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Nelle stesse ore viene deciso che Michele Santoro non può ritornare a condurre alcun programma televisivo perché in passato (quando era deputato europeo) ha appartenuto a una parte politica. Siamo in attesa di una convocazione dell’Ordine dei giornalisti in difesa di Santoro, se non altro per il fatto che la sua esclusione è basata sulla accusa preventiva che questo giornalista non potrà essere mai se non fazioso. È una accusa che non mi sarei permesso di sollevare contro Bruno Vespa, il cui futuro con la Rai sarà sperabilmente lungo e dedicato (me lo auguro da spettatore) alle diete dimagranti e ai grandi processi. Ma mai mi permetterei di diffondere l’impressione che sia incorreggibile e che anche in futuro farà di nuovo firmare a qualcuno il contratto con gli italiani.
Uno può averlo fatto, ma non è giusto insinuare che continuerà a farlo. Ma questa è la motivazione dell’impedimento di lavorare imposto a Michele Santoro: non ‟è stato fazioso”. Ma ‟sarà fazioso”.
È, ovviamente, un’accusa indecente, ed è urgente che vi sia difesa e solidarietà per un collega così gravemente svilito da un sistema neosovietico di accusa preventiva.
Anche su questo sarebbe grave la distrazione sia dell’Ordine dei giornalisti che dei colleghi. Starei per dire, con un po’ di disperazione, che il nostro motto sta per diventare ‟Tacere sempre”.
Mi accorgo però che non è vero.
Non ti puoi permettere di fare osservazioni politiche a Bruno Vespa e al suo stare nella parte alta del fiume, come il lupo della celebre favola.
Non ti puoi permettere di sapere se e quando ‟l’Unità” ha detto che cosa di Berlusconi. È sufficiente che lo dica lui per ristamparlo senza spiegazioni dovunque.
Ma se ad un convegno sui Media il dirigente Ds Fabrizio Morri dice ‟Non possiamo avere telegiornali di merda che nascondono la realtà oltre ad essere politicamente faziosi” scoppia un inferno, con la partecipazione di tutti, compresi i giornalisti costretti a confezionare telegiornali; di cui - guardandoli - comprendi che non possono sentirsi orgogliosi.
‟We cannot have crappy TV News”, ha detto giorni fa in un suo discorso ai colleghi il decano del giornalismo americano Walter Cronkite parlando del modo in cui i Tg Usa sono costretti a dare, senza fonti e senza riscontri, le notizie dall’Iraq. Traduzione: ‟Non possiamo avere telegiornali di merda”. ‟Crappy” infatti si può tradurre così: di merda. Ma non risulta che le redazioni si siano sentite offese. ‟Crappy” è un giudizio sul sistema, non su chi, dentro quel sistema, deve operare.
Ma, d’altra parte, come descrivere, per esempio, il telegiornale di sabato 28 gennaio (Tg 1, ore 20.00) che comprendeva: una frase di Romano Prodi che invocava da subito parità di accesso sia nella televisione pubblica che in quella privata (20 secondi); una frase di Fassino che denunciava l’emergenza della clamorosa disparità di accesso in Tv chiedendo rispetto per le parole del capo dello Stato (8 secondi); la dichiarazione congiunta del presidente e del direttore generale della Rai che esprimono ‟gratitudine” a Ciampi ma non accennano ad alcun impegno o tentativo di riequilibrare la situazione illegale (5 secondi); un intero discorso di Berlusconi, tra gli applausi e i lunghi controcampi di ‟folla in delirio” che garantisce che continuerà ad andare in televisione ‟perché ho il dovere di dire agli italiani tutto quello che abbiamo fatto”, e trova il tempo di ripetere la sua diffamazione dei leader Ds sulla vicenda Unipol, seguito - nel montaggio del Tg 1 - da Fabrizio Cicchitto che dichiara a tutti noi, che abbiamo appena visto un’inquadratura di Prodi, una di Fassino e un intero discorso di Berlusconi, che ‟al centrosinistra viene dato molto più tempo che al premier”?
Faremo uno sforzo. Ci limiteremo a usare un linguaggio meno colorito di quello di Morri. Ma chiediamo alla redazione del Tg 1: come definire la rappresentazione appena descritta? Diremo, per essere educati, che è un prodotto giornalisticamente carente? Attendiamo un suggerimento da coloro che si sono indignati per la frase esasperata che hanno ritenuto un’offesa e che era invece nella sostanza un giudizio politico. Ma anche il sentimento di milioni di spettatori che pagano il canone e si vedono rubare le notizie e imporre le non notizie.
Forse si tratta soltanto di buffoni e di buffonate. Ma, come ci insegna la tradizione dell’opera lirica italiana, dalla parte del buffone il pericolo è grande. E non ci restano che queste elezioni per far fronte a quel pericolo. Dopo, si comincia a capire, potrebbe essere tardi.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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