Un pernacchio. Ecco la risposta della Cassazione, sia pure ricca di dotte citazioni, agli operai che in base alla legge chiedevano un risarcimento per i tempi biblici (dodici anni e tre mesi) del fallimento della fabbrica in cui lavoravano. Non solo i poveretti si sono visti dare torto, ma sono stati condannati a pagare 126 mila euro di spese. Che quei lavoratori già umiliati dalla mala-giustizia italiana vivono, giustamente, come un odiosissimo sopruso. Facciamo un lungo passo indietro, tornando esattamente a sedici anni fa. È il 26 gennaio 1990 e, dopo un tormentato calvario, l’industria di abbigliamento ‟Vagrant Italia” di Brogliano, un paese vicino a Valdagno, in provincia di Vicenza, viene dichiarata fallita. Sei mesi di attesa e gli 86 operai che ci lavoravano, sbattuti sulla strada senza uno straccio di liquidazione, sono ammessi come creditori nella procedura fallimentare. Tre interminabili anni dopo, nel maggio 1993, spartiti tra i danneggiati la terza fetta dei soldi recuperati vendendo i beni, l’iter è chiuso. Lo scriverà, quasi un decennio più tardi, lo stesso liquidatore Roberto Carta: ‟Dopo il terzo riparto la liquidazione della società fallita era di fatto ultimata. Rimaneva quale ostacolo alla chiusura della procedura l’azione di responsabilità nei confronti dell’ex amministratore”. Cioè il parallelo processo civile al gestore della fabbrica. E qui sta il dettaglio galeotto. In attesa che si chiuda, di rinvio in rinvio, di udienza in udienza, di ricorso in ricorso, il processo al titolare della ‟Vagrant”, la procedura per la liquidazione resta lì, appesa come un caciocavallo, fino al luglio 2001: otto anni! Che avrebbero portato a chiudere il fascicolo solo il 23 aprile 2002, dopo 4.470 giorni (quattromiquattrocentosettanta!) di carte bollate. Una vergogna. Sproporzionata perfino rispetto alla già indecente durata media dei processi del genere. Tanto per dare un’idea, secondo la rivista ‟Bancaria” citata dagli operai, la durata media delle procedure fallimentari è di 12 mesi in Svezia (o addirittura 2 o 3 mesi nel caso l’iter riguardi la dismissione in blocco delle attività da parte del curatore), meno di un anno in Inghilterra, da 12 a 27 mesi in Germania (ma la riforma del diritto fallimentare ha oggi accelerato i tempi), da 24 a 36 mesi in Francia. E in Italia? Settantadue mesi: sei anni. Che per molti piccoli creditori possono a volte rappresentare la rovina. Per non dire degli espropri immobiliari, accusa il ricorso dei lavoratori della fabbrica vicentina. Secondo uno studio dell’Abi, i tempi sono questi: da 2 a 3 mesi in Olanda, da 4 a 6 in Danimarca, un anno nel Regno Unito, in Grecia, Lussemburgo e Irlanda, da 12 a 18 mesi in Germania e Portogallo, 2 anni in Francia e in Belgio, 3 anni in Spagna e 10 (dieci) da noi. Un panorama disastroso. E già pesantemente censurato da vari organismi europei. Basti leggere un passo del Rapporto stilato un mese fa da Alvaro Gil-Robles, Commissario dei diritti umani: ‟La durata eccessiva dei procedimenti giudiziari in Italia rappresenta, secondo il parere unanime di tutti gli intervistati, un problema strutturale persistente di cui le autorità italiane devono rispondere da oltre un decennio (...) Per i fallimenti le parti devono aspettare 3.359 giorni, in altre parole circa 10 anni, prima di ottenere una decisione di prima istanza. È inaccettabile che per contenziosi talmente essenziali tali tempi siano diventati la norma. La Corte Europea ha reso numerose sentenze in questo tipo di casi, ingiungendo all’Italia di risolvere tale problema”. Cinque anni fa, le critiche degli indignati osservatori europei erano state non meno dure. Nel 2001 la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva accertato circa 400 ‟violazioni dei termini ragionevoli”. E aveva condannato la Francia (19 violazioni), il Portogallo (10), l’Austria (6), la Germania (5), la Grecia (4), il Lussemburgo e la Spagna, per una violazione a testa. Quelle italiane, complessivamente, erano 340. Va da sé che la Corte, sommersa dai ricorsi dei nostri cittadini che chiedevano risarcimenti contro le lungaggini della nostra giustizia, aveva deciso di chiedere all’Italia l’adozione di una specie di filtro: prima di seppellirci di pratiche a Strasburgo cercate di risolvere le cose da voi. Un attimo prima delle elezioni politiche che avrebbero visto la vittoria della destra del 2001, nacque così la ‟legge Pinto”. Che delegava alle Corti d’appello e alla Cassazione di decidere se un processo fosse stato o no troppo lungo e se i cittadini avessero o meno diritto a un risarcimento. Come sia andata lo potreste chiedere al signor Giovanni Maria Scorbino, che un paio d’anni fa presentò le sue proteste direttamente a Strasburgo sostenendo che era del tutto inutile farlo in Italia visto che i giudici italiani non davano mai (mai) ragione ai ricorrenti. Tesi che i magistrati europei, dopo aver ‟pesato” un centinaio di sentenze, accolsero: ottenere un risarcimento per gli errori o le lentezze della giustizia italiana (anche al di là del caso limite di Luciano Rapotez, che dopo essere stato torturato e messo in galera innocente per un triplice omicidio aspetta che gli riconoscano i danni dal 1953) è troppo raro. Agli 86 operai della ‟Vagrant Italia” di Brogliano è andata peggio. Non solo i giudici italiani prima di Trento e poi della Cassazione hanno dato loro torto sostenendo la tesi giuridicamente controversa (e umanamente cervellotica) che la procedura fallimentare era andata per le lunghe per colpa non dei giudici fallimentari ma del processo parallelo al padrone della fabbrica. Non solo hanno respinto la loro richiesta di mille euro di danni per ogni anno in eccesso ai quattro considerati come il massimo possibile da Strasburgo. Ma li hanno condannati a pagare, come dicevamo, 126 mila euro di spese processuali varie. Pari a 1.700 euro (un mese abbondante di stipendio) per ogni lavoratore.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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