La chiamano già ‟l’intifada di Fatah”. Migliaia e migliaia di attivisti del grande sconfitto alle elezioni di tre giorni fa scendono in piazza con le armi in mano e chiedono le dimissioni del presidente Mahmoud Abbas alias Abu Mazen e dell’intera dirigenza del partito. Ieri per tutto il pomeriggio e sino tarda serata a Gaza ha regnato il caos, nell’assenza totale della polizia palestinese e la decisione di Hamas di evitare qualsiasi provocazione. In questa atmosfera però Abu Mazen continua l’attività politica. E nelle prossime ore incontrerà i dirigenti del fronte islamico vittorioso per invitarli a formare il prossimo governo. Una situazione estremamente delicata, dove il binario delle consultazioni interne, mirato a modellare le nuove forme dell’amministrazione del potere, corre parallelo alla violenza e all’anarchia. Ieri mattina nei territori palestinesi c’è stata una sorta di tregua, carica di tensione, svanita dopo le preghiere del venerdì, quando i militanti del Fatah hanno cominciato a sfilare per le vie delle città. È successo a Hebron (in serata il centro era totalmente paralizzato), a Ramallah, dove i più violenti hanno cercato di raggiungere minacciosi l’abitazione di Abu Mazen. Ma soprattutto nella striscia di Gaza la frustrazione e la rabbia hanno avuto il sopravvento. ‟Via, via i corrotti. Basta con i privilegi per chi ci ha portato alla sconfitta”, gridavano i giovani delle Brigate Al Aqsa. Molti sono ragazzini, che brandiscono in modo scomposto i kalashnikov con il colpo in canna. Sparano in aria, minacciano, distruggono. Nel tardo pomeriggio attaccano il parlamento e lo devastano, bruciano le auto parcheggiate nel cortile, se la prendono con quelle che hanno le targhe dei ministeri. Sparano verso la residenza presidenziale. A Khan Yunis, nel centro sud, evitano i circa 200.000 simpatizzanti di Hamas concentrati per un comizio che festeggia la vittoria elettorale. Ma più tardi c’è una sparatoria. Si registrano almeno tre feriti. Un motivo in più per accelerare le consultazioni politiche. Il quotidiano palestinese Al Quds rivela che da Damasco il più noto leader di Hamas in esilio, Khaled Mashal, ha parlato con Abu Mazen per telefono. Una conversazione in cui ci si divide i compiti: il Presidente, che è anche leader dell’Olp, penserà al dialogo con Israele. Hamas invece si occuperà di amministrare le zone palestinesi. Abu Mazen affiderà entro domani il mandato ai leader islamici di Gaza. Mashal a sua volta non esclude la possibilità di trasferirsi a Gaza, ma rischia di venire assassinato da Israele. Per Hamas si apre adesso uno dei capitoli più complicati della sua storia. Come governare e allo stesso tempo restare fedele ai propri principi radicali? Come mettere assieme moderati e estremisti, evitando le scissioni interne? Urgono risposte, anche perché il tempo stringe. Ci saranno presto da pagare i salari di febbraio dei circa 200.000 dipendenti dell’amministrazione palestinese (di cui quasi 60.000 uomini delle forze di sicurezza). Occorre ottenere i finanziamenti stranieri ed è necessario che Israele versi le ritenute fiscali per i diritti di passaggio alle frontiere dei Territori occupati. Ma per questo ci vorrà la luce verde della comunità internazionale e del governo di Ehud Olmert. Dove andrà a prendere i soldi Hamas?
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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