‟Ora voglio una lingua vera, che sappia di sangue, di latte, di ovino, di erbe. Quella di Padre Padrone, costruita nel 1975, era addomesticata. Non era quella del pastore analfabeta che abitava in me. Non rispecchiava la sua anima, le sue sfumature e temperature umorali”. Son passati trent’anni e il sardo Gavino Ledda, vincitore del premio Nonino 2006, non si dà pace. ‟In fondo - dice - sono stato il primo pastore al mondo a diventare romanziere. Ho percorso 75 mila anni in un colpo solo. Ero una scimmia eretta che si metteva a scrivere. Forse, quell’ominide ha corso troppo. E adesso, con la forza della maturità, sento di dover tornare indietro: alle parole dell’anima, ai simboli, a una glottologia che aderisca più intimamente ai luoghi. Pasolini avrebbe capito”. Il vento d’inverno canta nel camino di casa, a Sìligo, risucchia il fuoco acceso, chiama lugubre nella penombra l’uomo che si rivoltò contro il padre e oggi torna, solo tra i lentischi e i mirti, a cercare l’altra parte di sé: la madre, l’utero, la valle di casa sua, Baddhe Vrùstana, per difenderla dagli stupratori, scavarla con le unghie (‟le zanne” dice lui) e trarne parole giuste dal profondo. Il vocabolario del rinascimento, quello per ridisegnare il rapporto con ciò che Ledda chiama l’Indigenìa, l’Onniverso, l’Ominile (abitazione primigenia, con lo stesso suffisso ‟animale” di canile e porcile). Eccole, le parole chiave di un Padre padrone sempre da riscrivere. Il segno di una fedeltà disperata ai luoghi della nascita, a quella che Ledda chiama la ‟matrice tellurica”. Giusto sarebbe, per capire fino in fondo, rileggere l’introvabile manoscritto ‟selvaggio”, quello non ancora ‟domato” che, un bel mattino del 1972, il giovane Ledda portò alla Feltrinelli di Roma dentro una valigetta, più o meno come fece Musil, con L’uomo senza qualità, messo in mano a un editore amburghese per avere i mille marchi necessari alla fuga dalla Germania nazista. Per Ledda il momento era quello giusto, la casa editrice aveva appena deciso di dar vita a una collana nuova, i ‟Franchi Narratori”, dedicata agli scrittori ruspanti e inediti, e il giovane sardo sarebbe stato un perfetto numero uno. Tutto era cominciato tre anni prima, con la laurea a Roma. Ledda era il primo pastore d’Italia a conquistare quel titolo. ‟Paese Sera” diede la notizia, Nanni Moretti fece un’intervista per il Radiogiornale, e la storia volò sui rotocalchi di mezza Europa, attirando fior di giornalisti. In molti dissero a Gavino di scrivere la sua storia, e così il nostro si mise a lavorare. Ci sudò per due anni, cercò di riprodurre i gemiti, i silenzi, gli aliti animali, le primavere, gli inverni e le caldane in cui era vissuto, e poi bussò all’editore. ‟Mi si parò davanti - racconta Cesare Milanese - un giovanotto ispido con in mano uno scartafaccio di dattiloscritti, una scrittura brada su un’esperienza forte di vita vissuta. Vidi subito che la potenza della storia stava nel rapporto ambivalente col padre, contestato ma anche amato per avere insegnato al ragazzino la forza di essere uomo. Vidi che bastava solo depurare il racconto di una serie di considerazioni sociologiche inutili. Glielo dissi, ma non fu facile fargli accettare dei tagli. All’inizio se ne tornò in Sardegna dicendo che non cambiava una riga. Era ostico e solitario. Uomo di mille ribellioni e risentimenti”. Fu un rapporto tosto, ammette Ledda. ‟Milanese era un padre- padrone anche lui. Lo scontro era inevitabile. Ma poi capii che aveva ragione”. Fu Aldo Tagliaferri, direttore editoriale e ideatore della collana, ad ammorbidire le asprezze di Gavino. Racconta: ‟Parlammo a lungo, il rapporto fu eccellente, lui era molto attento, ansioso di pubblicare la storia. Andai nel suo eremo in Sardegna, volli vedere i pascoli, incontrai il padre. Fu un’esperienza forte: il vecchio mi accolse con aggressività, diceva di poter scrivere meglio del figlio, ma era anche orgoglioso di quanto stava accadendo”. Quando il libro uscì, l’accoglienza fu tiepida. ‟Il pubblico - ammette Ledda - faticava a capire che quello non era il prodotto di un Ego, ma era un’Omineide, un’Eneide di ominidi; la voce di una terra preistorica. Non era nemmeno un’opera mitologica. Il "topos" non era affatto sublimato dalla cultura. Quella era la natura che parlava direttamente, senza intermediazioni, con tutta la sua lussuria ed esuberanza. Era il cielo stellato di fuoco che diventava erba, papiro, foglio, scrittura”. Poi arrivò la spinta determinante, il film dei fratelli Taviani. ‟Fu una serie di coincidenze fortunate” ricorda Inge Feltrinelli. Roberto Olivetti invitò a cena un alto dirigente televisivo, si parlò del libro, si disse che la storia era perfetta per una fiction della Rai. A quel punto saltò fuori il nome di ‟due bravi ragazzi toscani sconosciuti” cui affidare la regia. Detto e fatto. La Rai comperò i diritti e il film si fece, starring Nanni Moretti (pure sconosciuto) e un giovane Omero Antonutti. E nel ‘77 il film italiano vinse a Cannes la Palma d’Oro, imposto dal presidente del festival - un Rossellini a fine carriera - sul muso dei francesi furenti. A quel punto fu il boom. Centinaia di migliaia di copie, decine di traduzioni. Un successo che spiazzò persino Feltrinelli. ‟Andai a trovare Ledda a Siligo - racconta ancora Inge - e fu un’esperienza incredibile. Strade bianche, abbacinanti. La mamma che cucinava cibi straordinari. E il padre nerovestito che passava a cavallo senza nemmeno salutare il figlio, ignorandoci completamente, apparentemente invidioso di quel successo non suo”. Oggi Ledda è ancora un selvaggio muflone, a 67 anni ha i capelli neri e un fisico da ragazzo. Gente longeva, i sardi. Il padre- padrone è vivissimo, farà cent’anni nel 2007. Sorride Gavino: ‟Sono troppo solo e ho ancora voglia di duplicarmi”. Al figlio di Baddhe Vrùstana dispiace traversare la vita senza avere generato. Sente ancora il richiamo della sfida, lo si è visto quando gli hanno toccato i pascoli dell’infanzia, aprendo una cava oscena e abusiva sotto il Monte Santu. S’è messo da solo contro tutto, le omertà e gli speculatori, è andato fin dal presidente della Regione e ha fatto fermare lo scempio. A dicembre gli hanno sparato sulla porta di casa una raffica di pallettoni, ma lui non si fa intimidire. ‟Ho visto le ruspe che sventravano mia madre - spiega - non potevo restare inattivo”. E negli occhi gli passa un lampo afghano, da pastore-guerriero.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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